Capitolo 1
"Fosca" di I.U. Tarchetti.
Racconto apparso in appendice alla rivista "Il Pungolo" nel 1869
******
Commetto io un'indiscrezione nel pubblicare queste memorie? Credo di no; né una titubanza più lunga, giustificherebbe ad ogni modo la mia colpa. Colui che le ha scritte è ora troppo indifferente alle cose del mondo, troppo sicuro di sé, perchè abbia a godere dell'elogio o a offrire del biasimo che può derivargliene. Egli sa per quale strana combinazione questo manoscritto è venuto in mio potere, né ignora il disegno che io avea concepito di pubblicarlo. Gli basterà che io vi abbia tolte quelle indicazioni che potevano compromettere la fama di persone ancora viventi, e che il segreto della sua vita attuale sia stato rispettato. Se l'autore di queste pagine può ancora trovare nella solitudine e nell'egoismo in cui si è rifuggito, qualche parte di ciò che egli fu un tempo, non gli sarà forse discaro che altri abbiano a versare, nel leggere queste memorie, quelle lacrime che egli ha certo versato nello scriverle.
Milano, 21 gennaio 1869
******
Mi sono accinto più volte a scrivere queste mie memorie, e uno strano sentimento misto di terrore e di angoscia mi ha distolto sempre dal farlo. Una profonda sfiducia si è impadronita di me. Temo immiserire il valore e l'aspetto delle mie passioni, tentando di manifestarle; temo obbliarle tacendole. Perchè ella è cosa quasi agevole il dire ciò che hanno sentito gli altri - l'eco delle altrui sensazioni si ripercuote nel nostro cuore senza turbarlo - ma dire ciò che abbiamo sentito noi, i nostri affetti, le nostre febbri, i nostri dolori, è compito troppo superiore alla potenza della parola. Noi sentiamo di non poter essere nel vero.
Ho pensato spesso con gioia alla rovina che il tempo va facendo nelle mie memorie; più spesso vi ho pensato con dolore. Dimenticare! è uccidersi, è rinunciare a quell'unico bene che possediamo realmente e impreteribilmente, al passato. Ché se potessero dimenticare soltanto le gioie, forse l'oblio potrebbe essere giustamente desiderato; ma dei nostri dolori noi siamo superbi e gelosi, noi li amiamo, noi li vogliamo ricordare. Sono essi che compongono la corona della vita, il passato è la misura del tempo che abbiamo percorso, la misura di quello che ci rimane a percorrere. Perciò noi lo teniamo caro, perchè ci fa fede dell'accorciarsi progressivo dell'esistenza. Un'avidità febbrile di morire affatica inconsciamente gli uomini. Chi vorrebbe tornare indietro un'ora, un minuto, un istante nella sua vita? Nessuno; e pure si ama, e si rimpiange questo passato che si ha orrore di rinnovare. Scrivere ciò che abbiamo sofferto o goduto, è dare alle nostre memorie la durata della nostra esistenza. Scrivere per noi per rileggere, per ricordare in segreto, per piangere in segreto. Ecco perchè scrivo. Vi fu un tempo in cui avrei voluto fare un libro delle cose che sto per raccontare: un'inclinazione che i casi della mia vita avevano combattuto per tanti anni, ma né dominata né vinta, mi aveva trabalzato già tardi, già vecchio d'ingegno e di cuore, nel mondo della pubblicità e delle lettere. Io non vi aveva potuto portare che le memorie di una gioventù ricca di molte passioni, di una vita lungamente e orribilmente angosciata. Ove l'arte avesse trovato in me valore pari alla grandezza del soggetto, il racconto che mi accingeva a scrivere mi avrebbe forse procurato un successo clamoroso. Nondimeno me ne astenni. Gettare nel fango della pubblicità il segreto de' miei dolori, sacrificarlo alle vuote soddisfazioni della fama sarebbe stata debolezza indegna del mio passato. Io scrivo ora per me medesimo. Non avrei mai osato violare la sola religione che è sopravvissuta alla rovina della mia fede, la religione delle mie memorie.
Su questo vecchio quaderno su cui ho tentato già tante volte d'incominciare il mio racconto, vi sono molte cancellature che non posso più decifrare. Temo che il tempo abbia pure cancellate dalla mia anima non poche delle sue rimembranze.
Questi fogli su cui la mia mano si è arrestata tante volte, trattenuta da un terrore che non poteva vincere, mi accompagnano già da cinque anni nelle mie faticose peregrinazioni. Sulla maggior parte di essi vi è scritto nulla; pure sembra che il mio pensiero vi abbia tracciato delle cifre misteriose e solenni, tanto vi ho meditato sopra, guardandoli. E li svolgo nell'ansietà di leggerli, e osservo con melanconia i piccoli acari della carta che fuggono lungo le loro pieghe ingiallite.
Sì, sono oramai cinque anni! Le cause del mio terrore non hanno mai cessato di esistere, perchè il mio cuore non è di quelli che dimenticano, ma, comunque sia, questo terrore è dissipato. Mi sento ora il coraggio di ricordare e di scrivere. Ora che tutto deve essere finito!
Mi guardo spesso d'intorno come fossi rimasto solo nel mondo, come se le illusioni che mi avevano accompagnato sin qui fossero state coì vive e sensibili, come dovessi rivederle al mio fianco. Era venuto innanzi solo nella vita, e non mi era accorto mai di essere solo. Ma ora! Ho provato la solitudine della società, e l'ho spesso cercata con ardore, l'ho cercata anzi sempre; quella è nulla.
è la solitudine delle passioni che è orribile!
Non so se gli altri uomini abbiano subito un passaggio così rapido e così violento come il mio, dal periodo della fede a quello della disperanza; se sieno passati ad un tratto dalla vita operosa della gioventù, alla vita inerte e scnsolata della vechiezza. Credo nondimeno che molti vi sieno entrati con calma, quelli che amarono serenamente e con calma.
Io ero nato con passioni eccezionali. Io non avrei mai saputo né odiare né amare a metà; non avrei potuto abbassare i miei affetti fino al livello di quelli degli altri uomini. La natura mi aveva reso ribelle alle misura comuni e alle leggi comuni. Era dunque giusto che anche le mie passioni avessero cause, modi, svolgimenti, fini eccezionali. Ho avuto due grandi amori, due amori diversamente sentiti, ma ugualmente fatali e formidabili. è con essi che si è estinta la mia gioventù; è per essi. Scrivendo queste pagine, io non ho altro scopo che di interrogare le mie memorie ancora una volta per non doverle interrogare mai più. Io innalzo questo monumento sulle ceneri del mio passato, come si compone una lapide sul sepolcro di un essere adorato e perduto.
Ho presa una grande risoluzione.
Prima di ritirarmi dal mondo, prima di isolarmi in mezzo alla folla - isolamento assai più penoso che nelle vaste solitudini della natura - ho voluto ricordare ancora una volta, ricordare con pienezza e con fede. Io sono ora in pace con me stesso. Le agitazioni profonde della mia anima, le irrequietezze febbrili della mia mente sono cessate. Io ne comprendo ora le cause. Molti uomini non si trovano bene colla vita perchè non hanno ancora scoperto il loro punto di equilibrio. Il difficile è trovare il centro della propria anima!
Non scriverò che di un solo di questi amori. Non parlerò dell'altro che pel contrasto spaventoso che ha formato col primo. Quello non è stato che un amore felice. Raccontarlo, sarebbe lo stesso che ripetere la storia di tutti gli affetti, e non v'è creatura che abbia amato sì poco da non conoscerla. O si abbandona, o si è abbandonati - spesso desiderosi, spesso contenti dell'abbandono. Tal cosa è il cuore umano.
Più che l'analisi d'un affetto, più che il racconto di una passione d'amore, io faccio forse qui la diagnosi di una malattia. - Quell'amore io non l'ho sentito, l'ho subito. Non so se vi siano al mondo altri uomini che abbiano superato una prova come quella, e nelle circostanze in cui io l'ho superata; non so se vi sarebbero sopravvissuti.
Esprimo questo dubbio, perchè mi avvenne spesso di chiedere a me medesimo: "come, in che guisa vi sono io sopravvissuto?"
Sento nondimeno che qualche cosa si è guastato nella mia testa: io non ho più cognizione di tempo, non ho più ordine nelle mie idee, non ho più lucidità nelle mie memorie. Questi cinque anni sono passati come un istante e come un'eternità, inosservati, oscuri, senza suddivisini di giorni e di epoche. Quelle feste, quegli anniversari che formavano le gioie più pure della mia vita quand'era fanciullo, sono essi ritornati ogni anno? E come non li ho avvertiti? Cosa ho fatto in questo lungo spazio di tempo? Perchè non ho più amato?...
Non so più pensare, non so più fermarmi lungamente sopra un'idea, non vedo più le linee che separano il vero dal paradossale. Tutto mi sembra ora logico, naturale, possibile. Tutti i miei pensieri si urtano, si confondono, si perdono in un vortice che turbina incessantemente nella mia testa. è là che tutto va a finire. Sento che la coscienza di me si è confusa. Quado avrò scritto la storia di questo amore, dovrei scrivere ancora quella dei cinque anni che vi sono succeduti; sarebbe una storia terribile. Dovrei scriverne un'altra più terribile ancora; sarebbe la storia delle mie visioni, il racconto dei sogni che hanno popolato le mie notti durante quel giorno.
Radunerò qui i documenti, le lettere, le note che ho conservato. Ricostruirò questo edificio colle sue stesse rovine.
Ora sono ben calmo e tranquillo; ora che ho incominciato a non diffidare più di me medesimo. La mia indifferenza mi assicura che le sorgenti del mio entusiasmo sono esaurite. Una cosa mi conforta e mi inorgoglisce, il sentimento della mia freddezza - perchè il mio cuore è freddo, terribilmente freddo.
Spero e pur temo dimenticare. Una notte triste ed oscura ha incominciato a distendersi sul mio passato.
Le onde che la virtù del sole aveva sollevate e convertite in belle nubi d'oro, ricadono in pioggia attraverso le fredde latitudini dell'aria, ricadono come lagrime della natura.
Quando il fuoco della gioventù si è spento, svanisce a poco a poco anche il tepore delle ceneri; esse rimangono là ad attestare dove la fiamma ha un giorno avvampato, fino a che il soffio gelato del tempo non viene anch'esso a disperderle.
Capitolo 2
Sarebbe inutile riandare sugli anni che hanno preceduto gli avvenimenti che sto per raccontare. Io non voglio afferrare che un punto della mia vita, non voglio metterne in luce che un istante. Chi oserebbe affacciarsi allo spettacolo intero della sua esistenza, spiare nelle sue pieghe tenebrose, e ritesserne tutta la storia?
La mia gioventù trascorse piena, ricca, feconda. La fortuna, a dir vero, non m'era stata assai prodiga de' suoi favori; ma che cale alla gioventù della fortuna? Quella è l'età della forza, del coraggio, della baldanza; e allora che si raccolgono a piene mani i frutti che maturano nel giardino della vita, che si accosta alle labbra la coppa inebriante della felicità: a quell'età si fruisce di un bene che non si conosce e non si esperimenta mai più nell'avvenire, mai più - la mite e affettuosa indulgenza degli uomini.
Non ho mai potuto indovinare se la mia natura fosse piuttosto incompleta che esuberante; ma in qualunque modo, egli era ben certo che io mi innalzava sul livello delle nature comuni. La ripugnanza che ho sentito, e che sento ancora, per tutto ciò che è convenzionale, per tutto ciò che è metodico, non proveniva già dalla mia educazione, ma da una disposizione speciale del mio carattere. Non mi importava di essere da più o da meno degli altri uomini, mi bastava di esserne diverso.
In tutta la mia vita ho operato come ho pensato convulsivamente. Dicono che i leoni si trovano in uno stato di febbre continuo. Ignoro quale medico abbia potuto accertarsi di questo fenomeno, come avrebbe fatto al capezzale di un infermo; ma sia ciò vero o non vero, sia la mia natura debole o forte, non vi è dubbio che io ho provato sempre una specie di agitazione febbrile e convulsa simile a quella.
Io mi sono divorato la vita. Io non potrei misurare la mia età colla stregua ordinaria del tempo.
Aveva ventotto anni allorchè successero gli avvenimenti che sto per raccontare. La rivoluzione mi aveva trascinato già da tempo nelle sue file, quasi mio malgrado. Deviato da' miei studi, combattuto nelle mie inclinazioni, mi era ridotto a rimanere nell'esercito ove aveva ottenuto grado di ufficiale.
Io vi militava da cinque anni, allorchè colpito da una grave malattia di cuore dovetti chiedere una lunga licenza, e ritirarmi nel mio villaggio natale. Gravi rovesci di fortuna mi avevano impedito di camparmi la vita in un altro modo che coll'essere inscritto nei ruoli d'un reggimento, e far pompa del mio costume di capitano. E dico ciò perchè allora la guerra era cessata, e mi vergognava spesso di quell'inazione ricompensata sì largamente. Io riscuoteva un lauto assegnamento sulle casse dello Stato.
Non parlerò adesso dei dolori che avevano provocata quella mia malattia. Essi appartengono ad un'altr'epoca della mia vita; furono il frutto d'una passione che, ove non mi fosse stata inspirata dal più nobile dei sentimenti, avrebbe coperto di onta il mio passato. Nondimeno quei dolori furono enormi, e se non ebbero il potere di uccidermi, è perchè tal potere è spesso negato al dolore.
In capo ad un anno aveva richiesta l'attività, non già che la mia salute fosse migliorata, ma perchè mi sarebbe stato impossibile rimanere più a lungo nel mio paese natale. Quella vita di solitudine e di meditazione avrebbe finito coll'uccidermi. Chi ha vissuto un tempo nelle grandi città non può più adattarsi alla vita dei villaggi; non può impicciolire le sue vedute, le sue idee, le sue abitudini fino alle proporzioni meschine, e spesso ridicole, che dà alle proprie la gente delle campagne. Io ho considerato sempre i piccoli villaggi come centri d'ignoranza, di barbarie, spesso anche di corruzione. Sono essi, a mio credere, che arrestano il corso della civiltà, che si pongono tra le ruote del suo carro. Se tutti i punti abitati della terra fossero Londra, Pietroburgo, Parigi, Roma, Berlino, il quesito la cui soluzione affatica da secoli l'umanità sarebbe risolto all'istante.
Né la monotonia di quella vita era il meno doloroso de' miei tormenti. Io conoscevo tutte le vie di quel paese, tutte le case, tutti gli abitanti - viuzze strette e fangose, catapecchie anguste e miserabili, contadini rozzi e cocciuti. Mi dava pena il vederli, più pena il sentirli. La stessa natura non aveva che attrattive assai deboli. Vicino ai villaggi anche la natura sembra patire, è rozza e pigmea, soffre d'impotenza e di rachitismo; si direbbe che le manchi qualche cosa, come la forza, e il profumo. I boschi di Boulogne, di Volksgarten, di Thiergarten non si trovano che vicino a Parigi, a Vienna, a Berlino.
L'uomo risente, come le piante, l'influsso dell'atmosfera in cui vive. Io mi vedeva isterilire, immiserire, deperire. Fosse effetto della malattia, fosse influenza di quel soggiorno triste ed uggioso, io mi era interamente e miseramente trasformato. Una malinconia profonda, una disperazione piena di gelo e di scetticismo si erano impadronite di me. Non sentiva più alcun rammarico del passato, né alcuna trepidanza dell'avvenire. Questo avvenire lo aveva in certa guisa prevenuto. Me ne era formato l'immagine la più triste, la più nera, la più desolante; aveva forzato la mia anima ad accettarlo senza lagnarsene, e così m'era posto in pace con l'unico oggetto che avesse potuto ancora atterrirmi, col fantasma sconosciuto di questo avvenire.
Ho pensato spesso, durante questi anni, a quei giorni pieni di desolazione e di sconforto, a quel lungo inverno di cinque mesi trascorso tra le pareti di poche stanze, senza vedere altro volto d'uomo che il mio. Mi sono ricordato ancora di tutto ciò che aveva allora colpito in qualche modo i miei sensi: le larghe finestre a vetrate coperte di ragnateli, il pigolio dei passeri che beccavano nei canali delle gronde, lo stillare delle nevi che si scioglievano, il rumore degli zoccoli ferrati dei contadini sul selciato fangoso della via - uniche sensazioni, uniche voci che mi avvertivano come vi erano esseri che vivevano d'intorno a me, come io stesso viveva in mezzo ad esseri vivi e sensibili. Ho conservato memoria di quei giorni in un diario scritto sotto l'impressione di quei dolori segreti di cuore, ma che non giova ora qui riportare. Allorchè mi allontanai da quel luogo, e sostato nella prima città che incontrai nel mio viaggio, confrontai il mio volto con quello di altri uomini, mi chiesi con spavento se io era ancora lo stesso di un tempo, se era diventato dissimile da loro, se sarei sopravvissuto a quel giorno. Avevo imparato a disperare troppo precocemente. Allora non prevedeva l'aurora luminosa che doveva sorgere ancora sulla mia gioventù, e che doveva tramontare sì presto!
Capitolo 3
Ho parlato del mio paese natale.
Mi duole che queste pagine non sieno destinate a venire alla luce, per poter render pubblico un odio che conservo da lunghi anni nel cuore, l'unico che il tempo e la riflessione non abbiano fatto che avvalorare ed accrescere.
Io amo la terra, questa gran madre, questa gran patria comune; io l'amo tutta senza distinzione di suoli e di climi; l'amo come una parte di me, io che non sono che una porzione minima di lei stessa.
Io ho sentito spesso le sue attrazioni, l'appello che ella fa a' suoi atomi, le sue creature; agli uomini, le sue particelle animate. A primavera, quando il sole la dardeggia de' suoi raggi; in quel periodo di febbre, di ardenze, di fecondità, quando dal suo seno pieno di amore erompono le famiglie degli insetti e delle erbe, quando ella sorride d'un sorriso pieno di incanti e di fiori, io ho sentito spesso con una specie di furore il desiderio di rientrare nel suo seno; io mi sono proteso per abbracciarla: ho sentito che essa mi chiamava, e ho gridato: "Tu mi vuoi, tu mi chiami, io vengo, io vengo". Sì, io amo la terra, questa bella terra; io son certo che essa sarà lieve sulla mia fossa, quando stringerà dolcemente il mio petto colle sue braccia di selci e di radici; ma vi è in essa un punto che io odio, ed è quell'angolo freddo ed uggioso dove son nato. è di là che ho incominciato a gettare uno sguardo sul mondo, e a vederlo triste ed ingrato; è la che non ho potuto aver mai né una nobile gioia, né un nobile dolore; è là che conobbi gli uomini che mi hanno insegnato ad odiare gli uomini; è là finalmente, che non ho potuto amare.
Avrei voluto levarne le ceneri de' miei cari, perchè l'ultimo anello che mi congiungeva alla mia patria fosse anche spezzato.
Fui torturato lungo tempo da un'idea insistente e malinconica: mi pareva che quelle reliquie adorate non potessero aver pace là sotto, perchè, io stesso, io sento che le mie ossa, fremerebbero se sepolte sotto quelle zolle abborrite.
Capitolo 4
Non so dire come ne partii per venire a Milano. Non so spiegarmi questa risoluzione, perchè non aveva più alcuna forza di volontà quando vi venni.
Era sul finire d'aprile, e mi ricordo di aver fatto a piedi attraverso la campagna un tratto di strada assai lungo. Due allodole gorgheggiavano nel cielo che mi sembrava alto, sereno, sconfinato più di quanto non mi fosse mai parso dapprima . Esse si erano tanto innalzate che il mio occhio non arrivava a vederle, erano lontane l'una dall'altra, e a giudicarne dal canto, parevano immobili - si sarebbe detto che avessero trovato lassù dove posarsi. Il loro gorgheggio aveva qualche cosa di affettuosamente intimo, pareva una serie di domande e di risposte; ed era sì melodioso, sì calmo, sì limpido che mi ricordo d'averlo udito ancora ad una grande distanza dal luogo ove l'aveva sentito la prima volta. Certo perchè calmo e limpido, non perchè vigoroso. Vi è uno strano mistero di luce in quel canto. Il mio orecchio poteva forse udirlo per la stessa ragione che il nostro occhio discerne il letto algoso di un lago attraverso le sue acque alte e tranquille, e non vede quello del torrente le cui onde basse ed impetuose, ma torbide, scorrono con impeto al mare.
Aveva anche raccolto lungo la strada un mazzetto di tussilaggini gialle - gli unici fiori che abbelliscono quei vigneti sterili e desolati- e lo conservo tuttora nella mia scatola di fiori disseccati.
Ho segnato tutti i periodi solenni della mia vita con dei fiori.
Ne conservo una quantità di mazzetti che sono come le pietre migliarie del cammino percorso nella mia esistenza, e li porto meco come l'unico tesoro che io possiedo al mondo.
Ho sempre sentito una specie di rispetto per queste piccole e fragili creature di un giorno, anche una specie di fede.
Un anno a Milano, in un'ora di profondo sconforto, una donna che passeggiava meco al mio fianco tenendo in mano una rosa, mi precedette di alcuni passi, e sfogliandola, e gettandone i petali dinnanzi a me, mi disse scherzosamente: - Spargo dei fiori sul vostro cammino -. All'indomani un avvenimento inatteso mi restituiva la gioia e la pace.
Allorchè giunsi in quella città, io non aveva né progetti, né idee, né speranze di giorni migliori. Vi era venuto, direi quasi, inconsciamente. Sapeva che fra due mesi sarei stato richiamato al reggimento, e che di là avrei meglio potuto sollecitare questo richiamo. Forse era stato tale il movente del mio viaggio.
Appena arrivatovi, cercai con ansietà di un amico che certa comunanza di sventure mi aveva reso da tempo assai caro. Egli abitava in una casa signorile e assai vasta, dove era però quasi sconosciuto. Bisognava chiedere di lui. Battei perciò ad un uscio del primo piano, e venne ad aprirmi una donna giovane e bella. Mi parve che rimanesse colpita in modo singolare del mio aspetto; né io lo fui forse meno del contrasto che formavo col suo. Essa era sì serena, sì giovane, sì fiorita; e il mondo pareva dover essere stato fino allora così benigno con lei, che io la guardai un istante senza parlare, compreso d'una meraviglia dolce e profonda.
"Di chi cercate, in grazia?"
Profferii il nome del mio amico.
"Al secondo piano."
Avrei giurato di aver già sentito più volte quella voce, di averla sentita bambino, ne' miei sogni... la guardai come si fa a persona che parci di conoscere. Nell'allontanarmi sentii che un lembo del mio soprabito era stato chiuso tra le due imposte dell'uscio. Ella se ne avvide, e fu sollecita a riaprire.
"Perdonate."
M'inchinai. Non risposi nulla, ma tornai ad affissarla sì stranamente, che essa mi guardò quasi spaventata. Sentii quello sguardo penetrarmi penosamente nell'anima.
"Sì felice, sì florida, sì bella!" esclamai tra me stesso salendo la scala; "Oh dolce creatura! se tu mi porgessi quella tazza che l'età e gli affanni hanno allontanato forse per sempre dalle mie labbra, come potrei rifiorire anch'io, e sorridere ancora alla vita! Ma la gioventù è dei giovani, e le gioie non sono che dei felici!"
Giunto sul pianerottolo, mi rivolsi, e vidi ch'ella era rimasta immota sull'uscio, e m'accompagnava dello sguardo, e pareva commossa e pensosa. Aveva ella compreso che io ero sventurato, e aveva sentito il bisogno di confortarmi del suo affetto e della sua compassione?
Dirò cosa antica come l'amore. Bastarono quello sguardo e quella mestizia. Da quel momento le nostre sorti furono gettate. Io l'aveva vinta coll'unica attrattiva che vi era in me, - quella da cui le donne sono prese assai raramente, ma cui, ove lo sieno, inorgogliscono spesso di cedere senza resistere, perchè comprendono di mettersi così sulla via di una missione che le santifica - l'attrattiva della sventura.
Trovai il mio amico, e m'installai nel suo appartamento.
Ebbi da lui notizie di quella donna. Suo marito era giovine e avvenente, occupava una carica distinta in un'amministrazione governativa; non erano ricchi, ma parevano agiati e felici; avevano un figlio; essa si chiamava Clara: quando non agucchiava presso una piccola finestra che guardava nel cortile, leggeva romanzi sul suo balcone, seduta in mezzo a' suoi vasi di fuxie e di gerani; suonava anche il pianforte e cantava.
Passai quella prima notte in una specie di delirio; lessi l'epistolario di Foscolo, - l'uomo antico - e rividi in un'allucinazione le scene passate della mia vita. Mi pareva che tutto fosse finito lì, con quel giorno, con quella fuga, coll'incontro di quella donna; travedeva non so quali gioie nell'avvenire.
Fui riscosso per tempo dal suono di un pianoforte che veniva dal piano sottostante. Apersi la finestra e mi affacciai dal mio balcone. Era un mattino lucido, caldo, sereno, il sole si versava sulla via che brulicava di passeggieri affaccendati. Le carriuole dei lattivendoli stridevano sulle loro ruote mal ferme, i vetturini facevano scoppiettare le loro fruste, gruppi di fanciulli s'inseguivano schiamazzando; ogni cosa era vita, luce, moto, allegrezza. Da lungo tempo non aveva assistito a quello spettacolo del ridestarsi di una grande città.
Abbassando lo sguardo sul balcone di sotto, vi scorsi Clara che mi stava guardando. Essa era seduta in mezzo a' suoi vasi in un abito semplice e negletto; ma le sue fuxie non erano ancora in germe, e non v'era altro di fiorito intorno a lei che alcune pianticelle di primule e di azalee.
L'amore, la più complessa e la più potente di tutte le passioni, è ad un tempo la più facile e la più semplice nel suo nascere. Un uomo ed una donna si incontrano, si vedono, si guardano - e basta. Da che cosa era egli stato mosso quello sguardo? Che cosa vi era in esso? Che cosa diceva? Nessuno lo sa. Nondimeno tutti gli amori incominciarono con uno sguardo.
Rientrai nella stanza ebbro. Non di amore, no; non amava ancora, non ne sperava; ma assetato di conforti, di compianto, di lacrime. Avrei desiderato una donna, non per chiederle le sue carezze, ma per piangere sul suo seno. L'uomo è più profondo nell'amore, la donna nella tenerezza; si piange meglio sul seno di una donna.
Non so se gli altri uomini abbiano subito abbandoni, subiti impeti, subito risoluzioni come ho io, In me vi è nulla di lento, di ordinato, di normale. La mia è una natura molle, a sbalzi; una natura sempre alternata.
Le scrissi, e le gettai dal balcone un biglietto contenente queste sole parole:
"Io sono infelice, io sono malato, io soffro".
Il biglietto cadde a' suoi piedi. Essa lo vide, esitò un istante, poi si curvò, lo raccolse, e fuggì nella sua camera.
Non ricomparve più lungo il giorno. Alla sera la vidi un istante sul balcone, e osservai che aveva gli occhi soffusi di lacrime.
Da quel momento la mia illusione non ebbe più freno. Essa aveva pianto per me, essa aveva accettato in certo modo il compito che io le aveva chiesto di consolarmi.
Fui assalito da una smania febbrile di vederla, di sentire la sua voce, di averla vicino a me, di gettarmi a' suoi piedi, di dirle lacrimando tutta la povera storia della mia vita.
Avessi avuto un oggetto toccato da lei, portato da lei, un suo nastro, un suo abito, avrei passato la notte guardandolo, me ne sarei sentito meno diviso.
Così fu in ogni tempo della mia anima. Passai sempre dall'apatia all'adorazione senza soffermarmi sull'amore.
Perchè riposarsi a metà? Perchè non mirare agli ultimi limiti? Le grandi cose sono estreme - le grandi anime adorano o odiano.
Erano incominciate allora le pioggie lente e monotone della primavera; pioveva tutto il giorno, e le finestre del suo balcone erano chiuse. Io la sentiva suonare e cantare sotto di me. Era caso, era divinazione? Essa ripeteva sempre alcune arie che mi erano care, e che mi rammentavano le scene più dolci della mia vita. Non uscivo più di casa per non allontanarmi da lei. Lì, in quella stanza, le ero vicino; non la vedevo, ma sapevo di esserle vicino.
E poi, la sentiva!
Le scrivevo tutto il giorno, le scrivevo cose strane, immense, inaudite. Ero spaventato di me medesimo. Spesso la notte balzava dal letto, e mi gettava sul pavimento come per tenderle le braccia, come per esserle più d'appresso. La mia anima, vuota da tanto tempo, si era gettata con furore su quella preda. Se la sua pietà non fosse venuta a salvarmi, io mi sarei divorato il cuore.
La rividi. Il bel tempo era ritornato, aprile era finito, e maggio fioriva. Risentii tutte le febbri della primavera, quel fuoco ardente che il sole di maggio trasfonde nelle fibre, nelle vene, nel cuore. I fiori sbocciavano, gli uccelli riprendevano le loro canzoni, le fanciulle - fiori umani - scherzavano lungo le aiuole; dappertutto l'inno all'amore era cantato.
Un giorno, nel salire la scala, vidi le sue stanze aperte, essa era sola; corsi verso di lei, e mi precipitai alle sue ginocchia. Essa fece atto di fuggire; io rimasi immobile col volto celato tra le mani. Mi si appressò piangendo, si curvò verso di me, e mi disse singhiozzando:
"Abbiate pietà, andate, lasciatemi."
"No, io morirò qui, io soffro."
"Oh mio Dio! Povero giovine!"
"Mi odiate?"
Essa mi strinse al suo seno, e mi coprì di baci e di lacrime.
"Vi amo, vi amo, ma lasciatemi."
Fuggii come un demente.
Alla notte fui assalito dalla febbre; ebbi strane visioni, feci dei sogni puerili: vedeva delle farfalle e degli angeli, dei paesi che non aveva mai visto; mia madre, più giovane di molti anni, piangeva vicino al mio capezzale, ed era vestita di un abito grigio che io l'aveva veduta portare da bambino. All'indomani era malato. Le riscrissi:
"Io sono malato, io non guarirò se non vi vedo, venite".
E essa venne.
Venne per due lunghe settimane, ogni giorno, dissimulando, come poteva, il suo segreto; divisa tra l'angoscia del mio stato e il rossore dell'inganno che le costava la sua pietà.
Fu la pietà che la condusse all'amore; in quei giorni le nostre anime si unirono.
Più tardi io le scriveva ancora:
"Oh mia vita! Vieni a confortarmi. Vieni qui, lontano da cotesta casa dove non possiamo essere felici. Ho affittato una cameretta chiara, solitaria, serena, piena di sole. La riempirò tutta di fiori per te. Ma vieni. I nostri cuori hanno bisogno di palpitare l'uno sull'altro. Così si muore."
E essa venne ancora.
La pietà l'aveva condotta all'amore; fu l'amore che la condusse alla colpa. In quei giorni si unirono le nostre vite.
Capitolo 5
Fummo felici, ineffabilmente felici.
Passammo attraverso una serie di sensazioni nuove, ardenti, vertiginose. Mai due anime avevano combaciato così pienamente, mai due nature si erano congiute, fuse, identificate in una sola come le nostre.
Clara aveva indole forte, giusta, severa; vi era nulla di fatuo, nulla di fiacco, nulla di puerile nel suo carattere; e pure nessuna donna fu mai più affettuosa, più dolce, più arrendevole, più accarezzevole, più eminentemente donna.
Aveva venticinque anni; era alta, pura, robusta, serena. Scopersi più tardi il segreto di quel fascino immediato che aveva esercitato sopra di me. Essa rassomigliava a mia madre. Mia madre poteva aver avuto la stessa bellezza e la stessa età quando io nacqui.
Una volta amanti ci abbandonammo con una specie di dolce disperanza alla nostra passione; non avemmo più limiti; ella pure era tal natura da non conoscerne. Avremmo quasi desiderato di soffrire, di porre il nostro amore come ostacolo alla nostra felicità, al nostro avvenire, per rendercene meritevoli. Ci sentivamo struggere dalla smania di sacrificare qualche cosa l'uno all'altra. Così eravamo troppo immeritatamente felici. Non potevamo dare un prezzo a quelle gioie; le sentivamo troppo intense, troppo profonde!...
Ci raccontammo tutta la nostra vita. Ci trasfondemmo l'uno nell'altra senza rossore, senza dissimulazioni, senza esitanze. Essa aveva vissuto poco nel mondo, aveva sposato a sedici anni un uomo che le era indifferente, non aveva mai amato, nessuno le aveva mai chiesto dell'affetto, adorava suo figlio. In quella vita di isolamento e di disamore era nondimeno felice.
Come tutte le donne veramente ingenue s'era data a me senza fingere, senza esitare; essa aveva pensato a lungo alle conseguenze della sua colpa; aveva lottato a lungo; ma una volta decisa si era abbandonata senza ritegno. Non so se ella ne arrossisse e ne gemesse in segreto; il suo contegno non lasciò mai penetrare in me questo dubbio, essa non mi parve mai che felice mi diceva spesso con aria di credulità e di spavento affatto puerile: - Sono così felice che ho paura di morire.
Il suo rimpianto più acerbo era di non avermi conosciuto prima; non si doleva dell'avvenire che il tempo ed i suoi legami ci avrebbero, o tardi o tosto, attraversato, ma del passato che avevamo vissuto lungi l'uno dall'altro, senza conoscersi, senza sapere che esistevamo, di quei bei giorni della prima gioventù che non avevamo potuto trascorrere assieme.
"Oh s'io t'avessi conosciuto allora! quanto sarei stata felice di darti questo mio cuore puro ed intatto, di offrirti tutta la mia gioventù, tutta la mia freschezza giovinetta, anch'io era bella!...Come tu avresti saputo formare il mio cuore, come t'avrei amato, come t'avrei ubbidito!"
Tali le parole che essa mi diceva soventi. Ella soffriva di non poter legare a me le prime e le più pure memorie della sua esistenza.
Come aveva preveduto, la mia salute era rifiorita, io era ritornato forte, lieto, sereno; ma mi pareva aver tolto a lei tutto ciò che aveva aggiunto a me stesso. Essa non avvizziva, ma deperiva con lentezza. Si era come tramutata, non era più quella di un tempo. Mi pareva fosse divenuta più alta, più gentile, più flessibile; la vedeva come fosse stata un'immagine di sé stessa.
Spesso mi diceva scherzosamente: "Ho voluto essere il tuo medico, e ho trascurato un po' troppo me medesima". Non so come avvenisse, ma è ben certo che ella mi aveva data la sua forza e la sua salute assieme col suo affetto. L'amore fa spesso di tali miracoli.
Del resto io non dirò come e quanto noi fossimo felici. Triste quella felicità che si può dire!
Io mi era serbato fino ad allora eccezionalmente puro, essa eccezionalmente ingenua. Ci eravamo amati, ella per pietà, io per gratitudine; la stima, la simpatia, la conoscenza profonda delle nostre anime, più che la nostra stessa gioventù, ci avevano condotti alla passione. Ella a venticinque anni, io a ventotto, eravamo ancora due fanciulli, in un gran centro di corruzione come cotesto, noi eravamo rimasti illibati, puri, vergini, ricchi di illusioni e di fede - e la felicità e la grandezza di un tale amore non possono essere raccontate.
Capitolo 6
Perchè noi ci amavamo diversamente da tutti gli altri. I nostri piaceri più ardenti consistevano spesso in alcune fanciullaggini senza nome, in alcune puerilità che ci avrebbero fatto sorridere se non ci fossimo amati sì ciecamente.
Una delle sue soddisfazioni più vive era di fare colazione con me, di mangiare con me dei confetti, di mangiarne molti, e tutti metà per uno; di ravviarmi i capelli, di guardare, come i bambini, la sua immagine riflessa nelle mie pupille.
Conoscevamo tutti i più piccoli sentieri di queste praterie tristi e monotone. Vi facevamo delle lunghe passeggiate; quando si toglieva la mantiglia o il cappello, ne piantava gli spilli in qualche foglia d'ellera abbarbicata ad un salice, e nelle nostre scorrerie venture andavamo poi a cercarli. Non sono più di pochi mesi che sono riuscito ancora, dopo quattro anni, a trovarne due irrugginiti dalle piogge e dal tempo.
Ci sedevamo spesso lungo i ruscelli a veder scorrere l'acqua; e strappavamo alcuni steli di erba che avevano in fondo una cannuccia tenera di sapore quasi dolce, e ce ne offrivamo a vicenda, dicendoci scherzevolmente:
"Assaggia questo."
"Oh, il mio è molto più saporito!"
"Questo è eccellente!"
"Eccone uno che è squisitissimo."
E ridevamo, ed esclamavamo di noi stessi: "Che fanciulli!"
Fuori di Porta Magenta, vi è, dal lato destro della via un bel torrente, e un ponticello di tavole non più largo di due spanne. Le piaceva di andare su e giù di quel ponte. Lì vicino avevamo anche trovato una capanna disabitata, il cui uscio era aperto; e vi passavamo volentieri alcune ore, benchè fosse piena di topi e di lucertole. La chiamavamo il nostro tabernacolo.
Tutti i contadini ci conoscevano e ci facevano mille dispetti. Alcuni fanciulli ci gridavano dietro: "oh gli amorosi! gli amorosi!"
Una domenica, vistici sedere in un prato, alzarono una tavola che chiudeva lo sbocco d'un cancello d'irrigazione.
"Mi pare d'esser tutta in un bagno!"
"Ed io!"
Prima che fossimo balzati in piedi, il prato era interamente allagato; le sue sottane, il suo scialle erano immollati; salvai a stento il suo cappello e i suoi guanti che galleggiavano. Essa ne rideva come una pazza. Quante volte ci siamo ricordati di quell'avvenimento!
Quella donna sì forte, si ricca di buonsenso, in alcune cose sì seria, aveva tutte le velleità, tutti i gusti pazzi e bizzarri di una bambina. "La mia non è che una rivendicazione", diceva ella qualche volta mezzo tra il serio e il faceto; "non mi hanno lasciato il tempo di essere una fanciulla, e me ne rivendico adesso. Meglio esserlo a venticinque anni che mai!"
E lo era in fatto, e me ne dava tutte le prove possibili.
La mia stanza era divenuta un caos, piena di uccelli, di fiori, di nastri, di frastagli di carta, di cartocci di confetti, di scatole. Essa vi metteva tutto a soqquadro. Chiudeva di giorno le imposte, e vi accendeva tutte le candele. Spesso diceva sentire il bisogno di gridare, di gridar forte, di urlare, "Non ne posso fare a meno, mi sento una cosa nel petto, qui" e gridava, e si turava la bocca colle mani.
Mi portava delle farfalle, e mi mandava a regalare delle nidiate d'uccelli che era obbligato ad allevare per non dispiacerle. Nell'ultimo inverno che ci conobbimo, mi portò ella stessa un gattino bianco nel manicotto.
Tutto ciò mi pareva allora assai puerile; pure ho pensato soventi a queste cose, anche in anni nei quali aveva già conosciuto più positivamente o più spaventosamente la via, e ho dovuto sempre esclamare: "Felici coloro che amarono a questo modo!"
Capitolo 7
In quell'abisso di felicità, in quella ebbrezza che s'era impossessata delle nostre anime, io mi era quasi dimenticato di me stesso. Non erano che due mesi che ci amavamo, allorchè ricevetti dal comandante del mio reggimento un ordine così concepito:
"Siete stato richiamato in attività, e per un riguardo allo stato cagionevole della vostra salute, applicato allo stato maggiore del quarto dipartimento. è necessario che raggiungiate fra dieci giorni la vostra destinazione".
Rimasi come colpito dalla folgore.
Capitolo 8
Rinuncio a descrivere lo strazio della nostra separazione. Il nostro dolore fu grande quanto lo erano stato le nostre gioie; vero, profondo, ineffabile come lo era stato la nostra felicità. Ricopio qui testualmente la prima lettera che io diressi a Clara un giorno dopo la mia partenza, e che può darmi anche oggi la misura del mio amore e delle mie lacrime:
Oh mia vita! Eccoci separati, eccoci lontani l'uno dall'altra. Ieri ancora io era tra le tue braccia, oggi sono solo, lontano, misero, sconsolato, perduto. Che dirti? Come esprimerti il mio dolore? Tu sola, tu che mi ami cogli stessi trasporti disperati, tu puoi sapere dalle tue lacrime l'amarezza e la frequenza delle mie.
Mi pare di trovarmi sotto l'incubo di un sogno orrendo da cui non posso svegliarmi; non posso credere alla realtà di una sciagura così grande. Mi pare che ad ogni istante io debba riscuotermi da questo vaneggiamento angoscioso, e rivedermi di nuovo vicino a te. In tutti i miei gradi dolori ho provato questa specie di pietosa incredulità che me li rendeva meno terribili. Allora, come adesso, mi domandava: "è egli vero? è ciò realmente accaduto?". E lo sapeva, e lo so che ciò è vero, che ciò è accaduto.
Oh tu mi conforti santamente! Ho compreso, sai, lo sforzo che tu facevi ieri per nascondermi le tue lacrime. Povera Clara! Tu non volevi che io piangessi, e non sai quanto ho pianto stanotte. Sì, ho pianto dirottamente, dirottamente, e ho ringraziato Iddio di questo conforto. Non è debolezza il piangere, ed anche ove lo fosse, è una debolezza dolce e divina che non umilia l'uomo forte.
Tu non sai quanto io sono superbo di soffrire per te, per noi, pel nostro amore. Come dev'essere dolce il poter dire alla donna che si ama: "Tu mi costi un sacrifizio, un dolore, una viltà; per te ho sacrificato le mie ricchezze, la mia fama, la mia vita". Ho compreso come si possa commettere anche un delitto per ingigantire nella nostra coscienza questo sentimento, per accrescerne il valore; ho capito come si possa scendere fino alla degradazione la più umiliante. E lo stesso sentimento che a voi, donne, fa spesso sacrificare - quasi volenterose, quasi superbe del sacrificio - la fama di oneste all'affetto dell'uomo che amate. E credi, o Clara, credi che è questa sola - sia pur ella deplorabile - la misura dell'amore che unisce l'uomo alla donna.
Non nascondermi dunque le tue lacrime, e non volore che io ti nasconda le mie. Le tue lacrime! Ah, io le sento, sì, le sento, esse ripiombano qui sul mio cuore; chi sa quante tu ne hai versate oggi, ora, in quest'istante. Povera anima!
Ti scrivo quattro ore dopo esser giunto in questa città; non avrei potuto farlo prima. Dio lo sa come sono partito, come sono arrivato qui, come mi trovo in questa stanza d'albergo. Mi sono gettato sul letto, e ho dormito quattro ore di un sonno pesante e affannoso.
Ora mi sono alzato, mi sono affacciato alla finestra, ho guardato tuoi ritratti, le tue lettere, tutto ciò che ho portato meco di te, e ho incominciato a comprendere qualche cosa della mia nuova posizione. Dio mio! Dio mio! Io non so come potrò sopravvivere a questa prova!
Eravamo troppo felici, o Clara, non era possibile che quello stato durasse; la nostra felicità stessa ci spaventava, sentivamo qualche cosa nel cuore che ci diceva che essa doveva finire.
Non ti atterrire di questa parola "finire", no, la nostra felicità non è finita, tu lo sai, tu senti al pari di me che un amore come il nostro non può finire che colla morte, ma saremo felici in altro modo, con altra misura, con altro prezzo. Non ti vedrò più tutti i giorni, non saprò più cosa tu fai a tutte le ore, non riceverò più i tuoi fiori,non vedrò più il tuo balcone, non sentirò più la tua voce adorata, lo strascico del tuo abito, i tuoi passi, il tuo respiro; la mia povera stanza resterà solitaria per lungo tempo, non echeggierà più delle nostre grida; pure queste nostre gioie non ci saranno vietate interamente né per sempre. Esse erano troppo dolci perchè potessimo gustarle ogni giorno; il nostro amore è troppo grande perchè possiamo rinunciarci per tutta la vita. E non sono già quelle gioie che mi allettano, che mi rendono così terribile la tua lontananza, non è la tua persona, la tua bellezza, la tua gioventù, le tue grazie: sei tu, mio angelo, tu sola; il tuo nobile cuore, la tua anima pia e delicata, il tuo spirito vergine e colto. è la donna - anima che ho amato in te, essa sola; e sono superbo di affermare, anche nella solennità di questo istante, la purezza del sentimento che ci ha congiunti. Perchè tu conosci la mia vita, tu hai letto nelle più ascose profondità del mio cuore; io ero degno di te, io lo sono ancora, io lo sarò sempre. Senza questa coscienza, non avrei osato pretendere alla santa fraternità delle nostre anime; non oserei ora sfidare senza fremere questo avvenire misterioso che ci attende. Riposo tranquillo sul tuo amore, poichè esso non è di quelli che passano; riposa tu tranquilla sul mio. Ti assicuri il mio giuramento. Oh Clara, io sarà sempre degno di te!
Vi è un pensiero che mi affanna, la certezza del tuo dolore: non di quello che senti ora, ma di quello che sentirai quind'innanzi. Io comprendo, più che tu non pensi, lo stato della tua anima. Tu ti sei data a me per pietà; la mia gratitudine ti ha mostrato un cuore che non hai potuto non amare perchè era troppo simile al tuo; la tua gaiezza, la tua gioventù, hanno gettato sui nostri abbandoni un velo che ce ne nascondeva il lato colpevole; finchè io era vicino a te, tu potevi essere felice, ma ora... Oh, mia vita, non pensare a te stessa; che la solitudine non ti faccia adoperare per evocare delle ricordanze quella forza che tu ponevi a dimenticare, che essa non ti tragga a pensare a dei legami che ti farebbero infrangere quelli che ti uniscono a me! Abbi pietà ancora, ancora, fino a che l'edificio innalzato dal tuo amore non sia interamente compiuto.
Ecco, o cara, lo sgomento incessante che viene ad aggungersi a questo dolore già immenso. Non è la fede in te che mi manchi, ma quella nell'avvenire; diffido non di te, ma della forza delle cose, del tempo. Cofortami, costringimi a credere, non a sperare. In un amore come il nostro bisogna credere; lo sperare è nulla.
Voleva dirti... Vi è negli effetti, come in tutto, un linguaggio convenzionale, delle frasi troppo ripetute perchè abbiano ancora una valore, pure, come esprimersi diversamente? Voleva dirti che io morrei perdendoti. Lo sento in me, ne ho la certezza profonda, fredda, calma, incrollabile; e ciò forma la mia gioia: io sono dunque ben certo di non perderti che morendo.
Non so se ti ho detto abbastanza che ti amo, come ti amo, sino a quel punto ti amo. Ti ricordi? Ci disperavamo spesso tutti e due di questa impotenza, ma ora è ben altra cosa. In quei giorni non potevamo dircelo, ma potevamo in qualche modo provarcelo. Tu leggevi in me, ma adesso?...ora che io sento più che mai il bisogno di aprirti il mio cuore, di dirti tutto ciò che vi è nell'anima mia. Io ti amo, o Clara, io t'amo fino all'adorazione, fino alla follia, fino a quel punto estremo delle nostre facoltà, oltre il quale vi sarebbe la morte, la cessazione, il nulla.
Come non amarti così? Sei tu che mi hai ridonato alla vita; tu che mi hai restituito la salute, la forza, la gioia, la gioventù, il coraggio. Tutto ciò che io sarò, lo dovrò a te, senza di te io sarei stato più nulla. Tu mi ha tenuto luogo di madre, di sorella, di amica e di patria - sì, anche di patria, poichè è per amor tuo che adoro cotesto angolo di terra; - tu sei stata, tu sei ancora il mio mondo, tu lo sarai sempre. Dovessi tu ripudiarmi, respingermi, io sento che non potrei mai disconoscere questo debito, né ribellarmi alla santità di questa memoria.
E ti dico ciò perchè tu sappia fino a qual punto puoi calcolare il mio affetto, fino a qual punto sulla mia gratitudine. Ascolta ora il mio giuramento. Io non vivrò che di te, che per te; dimenticherò che vi sono al mondo altre creature, sarò onesto per essere degno del tuo amore. Eleverò questo affetto fino al culto di una religione. Ogni sera mi raccoglierò per pensare a te, ogni quindici giorni verrò a vederi. La distanza che ci separa non è sì grande da rendermelo impossibile. Il nostro santuario - quella stanzetta ove fummo tanto felici - è ancor nostro, ne ho meco le chiavi: non vi saranno più i nostri fiori, i nostri uccelli che ho lasciato volar via; ma vi ritroveremo ancora noi stessi, le nostre gioie, la nostra felicità, il nostro entusiasmo, i nostri cuori ardenti e immutabili. Potremo essere ancora felici o mia buona Clara, potremo essere ancora felici!
Ed ora, addio. Non por mente al disordine delle mie idee, perchè la mia testa è quasi perduta. Ti scrivo come in un sogno, e mi porto spesso le mani al cuore come per comprimerne i battiti. Oh, potessi essere vicino a te, o mio angelo, vicino a te, e morire a' tuoi piedi!"
Capitolo 9
Oh Clara, perchè mi hai tu abbandonato!
Eccomi solo, più solo ancor di prima, giacché non ho nemmeno più meco le illusioni che prima di conoscerti mi rendevano cara la speranza. Io ho sopravvissuto al nostro amore, alla tua perdita, alla rovina della mia fede, a tutto, io che credeva di morire pel tuo abbandono. Con te sarei passato nella vita, buono, amato, pio, dolcemente mesto, indulgente; non avrei lasciato forse dei fiori sul mio sentiero, ma lo avrei cosparso di benedizioni e di lacrime. La fortuna mi ti ha negato -fu un lampo- i primi passi della mia esistenza erano sbagliati; io doveva correre rovinosamente fin verso il suo termine. Ho bevuto un sorso della coppa, e basta; ora è finito.
Finito!
L'amore muore. Ecco il grido terribile che si innalza da quel sepolcro nel quale ho composto per sempre le ceneri del mio passato. Perchè non rimpiango te sola, ma la mia fede, quella fede che non potrò trovare mai più; e senza la quale dovrò passare nel mondo senza attaccarmi più a nulla, e irridere a quelle cose che ho creduto un tempo le sole sante e nobili della vita.
Nondimeno non ti condanno, né la mia voce si alzerà mai contro di te; il mio cuore, tu non lo sai, ma il mio cuore ti benedice in segreto.
Ti ho incontrata sulla mia vita, in un'epoca in cui la mia anima dolorava e i miei piedi sanguinavano per l'asprezza del cammino, e tu mi hai preso per mano, e mi hai condotto in un sentiero fiorito e delizioso. E perchè non dovrei benedirti? Tu non avevi contratto un debito di amore eterno con me; la società, la natura stessa lo vietavano. Mi avevi amato per pietà, avevi voluto rifarmi uomo, ridonarmi la forza e l'ingegno, ritemprarmi al fuoco di una gran passione; ebbene, il tuo mandato era compiuto, tu dovevi abbandonarmi, era giusto. Altri doveri ti richiamavano sulla via dalla quale io ti aveva allontanata. Tuo marito, tuo figlio!
Indarno il mondo vorrebbe farmiti credere disprezzevole, indarno lo vorresti tu stessa. Tu sapevi che io non avrei cessato di adorarti finché ti avessi stimata, e tentasti mostrarmi il tuo cuore nudo di ogni virtù, indicarmi la condanna disonorante che pendeva sulla tua condotta. No, Clara, io non ti apprezzerò meno per questo. Io non farò caso delle leggi degli uomini, perchè so che il cielo ha donato all'amore delle leggi più generose, più salde, più ragionevoli. Ciò che noi consideriamo come la più gran colpa possibile nella donna -l'adulterio- non è spesso che una rivendicazione dei diritti più sacri che le ha dato la natura, e che la società le ha conculcato. Nel tuo caso era ancora di più; era un sacrificio grande e sublime. Io solo posso saperlo. No, non temere, o Clara, vi è nell'amore una solidarietà che non si smentisce. Fossi tu le mille volte colpevole, io ti amerei ancora doppiamente perchè so che lo saresti per amor mio. Ogni qualvolta ripenso a te, mi corrono alle labbra le miti parole di Cristo: "Ti sarà molto perdonato, perchè hai molto amato."
Capitolo 10
Ho voluto accennare brevemente a questa passione d'amore che fu la più vera e la più grande della mia vita, per mettere in maggior luce il contrasto di idee e di sentimenti che quell'affetto doveva produrre nella mia anima, in seguito ai fatti che imprendo a raccontare. Durante lo svolgimento di questi fatti l'amore di Clara perdurò vivo e ardentissimo; e non fu che alla vigilia della loro catastrofe terribile che ne fui abbandonato.
è nelle leggi della Provvidenza che l'unione dell'uomo e della donna debba essere passeggiera, e la nostra separazione non fu che una conseguenza di questo decreto inesorabile della natura; ché se le leggi umane hanno potuto imporre a questa associazione una durabilità a vita, l'esperienza ci mostra che le leggi del cuore e le leggi provvidenziali ne trionfano sempre segretamente.
Il matrimonio è l'unione di due creature che si tollerano, e si amano qualche volta di amicizia, mai l'unione di due anime che si amano perennemente di amore.
Questa eternità dell'amore è una aspirazione degli uomini che si sono quasi illusi di conseguirla imponendosene le apparenze. Se l'amore fosse durevole, la felicità sarebbe ricondotta in un mondo da cui fu forse bandita per sempre.
Da cinquemila anni l'umanità piange sulla caducità dell'amore.
Capitolo 11
Allorché io giunsi a ***, non ostante il dolore quella separazione improvvisa, poteva quasi dirmi felice. Allora io era ancora pieno di fede; era guarito da una malattia che aveva creduto mortale, aveva trovato uomini e cose benigne; e pareva che la fortuna avesse voluto porgermi di nuovo una mano amichevole. Quella prima lettera che di là aveva scritto a Clara non era che una prova della mia felicità.
I miei dolori erano di quelli che sopravanzano in dolcezza tutte le gioie possibili della vita, quelli che intessono i fiori più belli nella corona della gioventù, la sola età dell'esistenza in cui si sappia veramente amare e soffrire.
La piccola città di *** - ne taccio il nome perchè potrei smarrire queste pagine, e ho caro che niuno conosca il luogo dove ho sofferto, e dove vi è una tomba su cui posso recarmi qualche volta a piangere - è una città angusta e monotona, posta vicino al letto di un fiume quasi sempre asciutto (1). I dintorni sono una specie di landa, una pianura sabbiosa ed estesissima, tanto poveramente coltivata da non vedervi che pochi olmi tortuosi, e pochi filari di gelsi intisichiti. Capitandovi a caso, si crederebbe di aver messo piede in una steppa o in una savana, piuttosto che in un lembo di pianura rasente le alpi. Né gli uomini vi erano allora più cortesi della natura. Ogni socievolezza, ogni agio della vita, o meglio ogni esuberanza di agio, vi era bandita. Da quella città a Milano corre per lo meno tanto quanto da Milano a Londra. Un villaggio qualunque di Lombardia potrebbe offrire un soggiorno meno sgradevole di quella piccola città, per la cui posizione strategica vi s'era posta la sede di un dipartimento militare.
Alzatomi, e scritta quella lettera a Clara, consumai il resto di quel primo giorno a girovagare per le vie, e ad osservare i dintorni monotoni di quel paese. Benchè scoprissi in quel deserto una specie di oasi, un vecchio giardino incantevole, doppiamente incantevole perchè abbandonato da anni all'opera distruttrice del tempo e a quella liberamente riparatrice della natura, fui lieto dell'esito di quell'esame, che, come ho detto, era non poco sconfortante. Una città fragorosa mi avrebbe distolto da quella passione per cui aveva d'uopo di raccoglimento e di pace; una natura più ricca mi avrebbe fatto sentire con maggiore intensità il dolore della sua lontananza, giacchè le più belle memorie del nostro affetto si legavano in qualche modo alla natura.
Fui lieto di poter raccogliere e versare in me stesso tutta la mia fiamma, di alimentarla col suo fuoco medesimo, di non poter perdere né menomare alcuna delle sensazioni che avrebbe risvegliata in me l'opera assiduamente attiva di quel pensiero.
Chiudermi in una stanza, e popolarla dei fantasmi del mio amore - era il mio voto. Vivere a me e a lei. - Vivere solo.
Io comprendeva che le sarei stato tanto più dappresso, quanto più mi sarei trovato lontano da ogni altra creatura. Allora era ancora capace di creare intorno a me dei mondi.
1) Si allude alla città di Parma e al torrente omonimo.
Capitolo 12
All'indomani mi recai a visitare il colonnello, capo del servizio a cui ero stato destinato.
Egli era uomo di circa sessant'anni, esile e piccolo di statura; il suo carattere aveva in sé nulla di forte e di maschio, ma l'abitudine del comando e della disciplina avevano dato ai suoi modi un'impronta francamente energica e militare.
Come in gran parte delle nature deboli, quell'assenza di forza era compensata da molta dolcezza d'animo, e da una specie d'ingenuità che rasentava quasi l'ignoranza, tanto era straordinaria in un uomo di quell'età e di quella professione. Aveva indole allegra e vivacissima. Lo si poteva dire un cattivo soldato, ma era un abile matematico, un eccellente disegnatore, espertissimo di tutte le scienze attinenti la guerra; e, cosa straordinaria fra militari, era uomo eccezionalmente onesto.
Un'avventura successami due anni prima, per la quale io aveva arrischiata la mia vita con una strana temerità, e l'aveva avuta salva in modo singolarissimo - avventura troppo impressa nelle mie memorie, perchè mi giovi l'affermarla ora su queste pagine - mi aveva creato nell'esercito una specie di strana reputazione; la mia malattia, i miei casi avevano contribuito a circondare il mio nome di un prestigio in parte lusinghiero, e a risvegliare un interesse affettuoso per la mia persona.
Fu forse a tale prevenzione che io fui debitore dell'accoglienza amichevole che ricevetti dal colonnello.
"Noi ci troviamo qui" diss'egli dopo avermi parlato a lungo di molte cose - come fossimo in un villaggio di Barberia; siamo poco meno che tra i Pellirosse. Dubito se avrete trovato un aloggio dove acconciarvi onestamente e comodamente.
"Sono tuttora all'albergo" io dissi.
"All'albergo! E come vi avete mangiato?"
"Non so...; parmi pessimamente".
Il colonnello sembrò un poco meravigliato di quel mio dubbio; guardò il suo orologio, e riprese:
"Non mancano che pochi minuti alle cinque. Vi invito a pranzare con me, in mia casa, accettate?"
"Accetto" risposi io inchinandomi.
Dopo qualche istante uscimmo.
"Noi facciamo una piccola mensa in famiglia" continuò egli lungo la via "propriamente parlando, non posso dire di aver famiglia, ma ho meco una mia parente che ne tiene le veci, benché la poveretta sia di salute così cagionevole da darmi più pensieri che non me ne tolga. è una mensa abbastanza modesta. Qui non vi sono che pessimi elementi di cucina, la verdura sopratutto è demoralizzata; ma almeno vi si mangia, vedrete... Già, alla mia età, il bisogno di un pranzo discreto è inesorabile. Avrete della compagnia; vi vengono due maggiori, un colonnello, un dottore di reggimento, due medici borghesi; siamo in otto in tutto. I medici poi" riprese egli "affluiscono a casa mia come in un ospitale. Mia cugina è la malattia personificata, l'isterismo fatto donna, un miracolo vivente del sistema nervoso, come si espresse ultimamente un dottore che l'ha visitata. Ve la farò conoscere. Avrei potuto mandarla poco lungi di qui, presso una famiglia che ne avrebbe avuto gran cura, giacchè ella è rimasta sola al mondo, ma non so separarmene; a sessant'anni si vive di abitudini; e poi quest'aria morta le giova, e anche questo paese di Pellirosse non le dispiace."
Giungemmo in breve alla sua abitazione. Il pranzo fu allegro, eccellente, condito di molta maldicenza, di frizzi, e di quelle frasi equivoche e poco castigate che s'ascoltano per solito tra militari.
Vicino a me era un coperto intatto, e ne feci l'osservazione.
"è il posto della signora Fosca" mi disse uno dei commensali.
"Di mia cugina" aggiunse il colonnello "essa tiene il letto sette giorni della settimana, e anche oggi non sta meglio del solito. Mi dispiace che non l'abbiate veduta, è della voracità di una mosca".
Allorchè ci fummo alzati da tavola, egli mi si piantò dinanzi colle gambe sparate e colle mani incrociate dietro la schiena e mi chiese:
"E così, come avete pranzato?"
""Ottimamente"
"Davvero?"
"Diamine, a meraviglia!"
"E che ve ne pare di questo locale?"
"Magnifico"
"Di questa nostra società?"
"Ne sono lusingato" dissi.
"Francamente, senza complimenti, da amici" riprese egli drizzandosi e riunendo le sue gambe colla vivacità dello scatto di una molla; e levandosi la mano destra di dietro la schiena, e porgendomela, aggiunse:
"Se volete far parte della nostra mensa, se volete aggregarvi a noi... non avete a temere per la vostra borsa, la base fondamentale della nostra associazione è l'economia. Già...un sentimento di carità che mi consiglia a farvi questa proposta... E anche di simpatia" continuò porgendomi l'altra mano "Pensateci bene, noi vi parliamo per esperienza... in questo paese di Pellirosse..."
Era un'offerta che non poteva in alcun modo declinare. Accettai benchè a malincuore.
Capitolo 13
Conobbi però assai presto che non aveva che a rallegrarmi di questa specie di legame da cui, a primo aspetto, ero stato messo un poco in pensiero. I compensi erano maggiori dei danni, la più schietta cordialità vi temperava le soggezioni della disciplina; e d'altronde il paese offriva realmente nulla. I miei commensali poi erano tutta gente dabbene, un poco millantatori, un poco fatui - difetti di soldato - ma in fondo in fondo onesti e leali.
Se v'era cosa atta a lusingarmi era questa, che tutti erano pieni di benevolenza per me, e gareggiavano nel rendermi qualche serviglio. Un medico di reggimento, in ispecial modo, m'aveva posto non poca simpatia, e mi voleva seco assai spesso. Era uomo maturo d'anni e di senno, ma giovine di cuore; in alcune cose, come tutti gli uomini un po' più che mediocri, fanciullo; in fatto di principi, virtù rara tra i medici, credente. Non tardai a mettergli affetto io pure; e fu la sola persona che richiedessi e ripagassi d'amicizia in quel luogo.
La cugina del colonnello non s'era ancor fatta vedere. La malattia continuava a trattenerla nelle sue stanze. Io m'era avvezzato già da parecchi giorni a chiederne notizie a suo cugino, e a ripetergli alcune frasi di condoglianza che erano ben lungi dall'esprimere un dispiacimento sentito, giacché era naturale che non potessi molto dolermi de' suoi mali, non conoscendola; ma l'etichetta ha spesso esigenze ancora più ridicole.
Il suo posto rimaneva costantemente vuoto, ma nondimeno il suo coperto era sempre apparecchiato; in uno de'suoi bicchieri v'era tutti i giorni un fiore fresco; e, cosa che mi preoccupava non poco, benchè non sapessi immaginare le ragioni - e non ve n'erano - quel posto vacante rimaneva sempre vicino al mio, ora da un lato, ora dall'altro, ma sempre vicino. Ciò mi metteva in pensiero, mi pareva che mi mancasse qualche cosa, non mi trovava a mio agio, mi sembrava che essa avrebbe dovuto entrare da un istante all'altro per venirsi a sedere al mio fianco.
Questa preoccupazione era però esclusivamente mia, i miei commensali non si davano alcun pensiero di quell'ammalata, e parevano considerare quello stato di cose come naturalissimo. Tutto al più si limitavano a dire a fin di tavola: "Anche oggi la signora ci ha lasciato soli!"
Per me trovava strano che ogni giorno si apparecchiasse per lei, e ogni giorno la si aspettasse, come se la sua malattia fosse stata cosa da poterla abbandonare da un'ora all'altra; né avrei osato chiederne spiegazioni al medico, col quale, come ho detto, era già entrato in qualche intimità, se un avvenimento inatteso non mi avesse quasi posto nell'obbligo di farlo.
Un giorno, durante il pranzo, fui colpito da urla acute e strazianti che provenivano dalle stanze della signora. Quelle grida echeggiarono sì fortemente e sì improvvisamente nella nostra camera, che io trasalii, e quasi per istinto feci atto di alzarmi e di voler accorere in suo aiuto.
Il colonnello sorridendo un po' tristamente, e stringendomi la mano come per ringraziarmi di quell'intenzione, mi prevenne, e mi disse:
"Non vi sgomentate, è mia cugina, essa patisce di convulsioni nervose, è cosa da nulla, fra pochi minuti le saranno cessate."
Uno dei medici si alzò da tavola un po' a malincuore, e senza mostrare di darsene molto pensiero, entrò nell'appartamento di Fosca. Le sue cameriere non avevano dimostrato maggior premura di lui. Degli altri commensali nessuno si era mosso, o aveva dato il menomo segno di meraviglia.
A me era stato impossibile frenare la mia emozione. Non solo quelle grida erano orribilmente acute, orribilmente strazianti e prolungate, ma io non aveva immaginato mai che vi potesse essere qualche cosa di simile nella voce umana; o essendovi, non mi pareva possibile che l'uomo da cui era uscito una volta un tal grido potesse vivere ancora.
Ho esperimentato, prima e dopo quel giorno, fino a qual limite possa giungere il dolore nella natura umana, e ne ho intese tutte le rivelazioni vocali possibili, ma non mi avvenne mai di sentirlo manifestare con un linguaggio così orrendamente spaventoso come quello. Oggi ancora, dopo cinque anni, io risento ne' miei sogni l'eco di quelle grida terribili.
"Vedo che siete un poco preoccupato di quell'avvenimento" mi disse il medico allorché fummo usciti assieme da quella casa. "Confessate".
"Voi prevenite la mia domanda" interruppi io ansiosamente. "Ne fui commosso nel più profondo dell'anima; perchè dovrei nascondervelo? Non so come non si potesse esserne commossi. Ma che malattia ha dunque quella donna?"
"Tutte"
"Tutte! Spiegatevi"
"è una specie di fenomeno, una collezione ambulante di tutti i mali possibili. La nostra scienza vien meno nel definirli. Possiamo afferrare un sintomo, un effetto, un risultato particolare, non l'assieme dei suoi mali, non il loro carattere complessivo, né la loro base. Possiamo curarla come empirici, ma non come medici. è una malattia che è fuori dalla scienza; l'azione dei nostri rimedi è paralizzata da una serie di fenomeni e di complicazioni che l'arte non può prevedere. E l'arte medica, voi lo sapete, non è che una povera cosa, si va innanzi per induzioni"
"Ma quelle grida?" io dissi.
"Ciò è il meno, convulsioni isteriche. Già... il fondamento de' suoi mali è l'isterismo, un male di moda nella donna, un'infermità viziosa che ha il doppio vantaggio di provocare e di giustificare. Quella creatura è d'una irritabilità portentosa, ha i nervi scoperti (mi ricordo di questa espressione: "i nervi scoperti"). La menoma contrarietà, il menomo urto bastano a provocare quella catastrofe che oggi vi ha tanto spaventato. Del resto è cosa di tutti i giorni. Fu caso che non sia più avvenuta da qualche tempo in quell'ora"
"Suo cugino non sembra però molto impensierito da questo stato di cose"
"è naturale. Non vi è rimedio"
"Ella vi soccomberà dunque presto?"
"Non credo, la sua macchina è sì debole che non ha forza di produrre una malattia mortale"
"Strano!"
"Ne abbiamo esempi ogni giorno; ogni trionfo è l'effetto di una lotta; occorrono elementi atti a lottare; in un corpo come quello non vi è lotta; tutti quei mali si paralizzano; i forti e i robusti giuocano sempre una partita assai seria colla infermità, i deboli se ne schermiscono. Con una salute come quella si vive spesso fino a ottant'anni"
"è una teoria consolante per i deboli" io dissi "ma come ha potuto buscarsi tutti quei mali?"
"Nessuno lo sa"
"Il suo passato?"
"Lo ignoro"
"è giovine?"
"Venticinque anni"
(l'età di Clara!)
"è bella?"
Il mio amico sorrise con aria di mistero, e si portò un dito alle labbra come per impormi il silenzio.
"Non credete che essa sia l'amante del colonnello?"
"Non credo" diss'egli.
E sorrise da capo, e più vivacemente.
In quell'istante eravamo giunti alla porta della sua casa. Conveniva separarsi.
"La vedrete fra poco" continuò egli "giudicherete voi stesso della sua bellezza. Bisognerà che vi mettiate sulle difese"
E nell'allontanarsi mi ripetè con aria scherzevole: "Badate al vostro cuore: tenetevi in guardia!"
Perchè un tale avvertimento, e perchè offerto in tal guisa? Non sapeva comprendere il vero significato di quelle parole.
Capitolo 14
Era però curiosissimo di conoscere quella donna. Al domani, il colonnello mi aveva detto:
"Mia cugina ha bisogno di voi. Avreste per lei qualche libro di lettura amena, non scientifico; qualche romanzo?"
"Vedrò di procurargliene alcuni"
"Quella donna divora i libri, è un tarlo da libri, legge come noi fumiamo. Io non so più a chi raccomandarmi, qui non v'è nemmeno un gabinetto di lettura; in questo paese di Tartari, di Pellirosse..."
Gli portai la "Nuova Eloisa", "l'Uomo singolare" e le "Confessioni alla tomba" di LaFontaine. Mi rimandò subito quest'ultimo, dicendosi spaventata dal titolo. Poco dopo ebbi anche gli altri. Nella "Nuova Eloisa" trovai molti passi controsegnati in margine con matita, e una striscia di carta postavi per segnacolo, su cui era scritto da un lato "Sursum" e dall'altro "Excelsior".
I passi controsegnati rivelavano, assieme alla natura intima dei suoi patimenti, una intelligenza robusta, fina, perspicace. Quella donna aveva dell'ingegno.
Ella non poteva essere poco infelice, giacchè era capace di conoscere la propria infelicità. Gli infelici ignoranti fruiscono di una specie di beatitudine, in confronto dei dottamente infelici. Era naturale che desiderassi ancora più vivamente di conoscerla.
In tutta la mia vita - fosse caso, fosse attrazione - non fui mai circondato che da sventurati; sull'orizzonte della mia gioventù i miei occhi non hanno mai incontrato altro spettacolo che quello desolante della miseria; io stesso non mi sono nutrito che de' suoi frutti più amari, e spesso ho dovuto divorarmi il cuore perchè non aveva nemmeno quelli; pure non ho mai saputo ribellarmi a questo sentimento di simpatia irresistibile che la natura mi ha posto nell'anima per tutti gli infelici.
Ho trovato sempre un buono in ogni sventurato, un perverso in ogni prospero. In questo dolore immeritato di tanti uomini, ho veduto sempre un segreto di predilezione per parte della Provvidenza, delle fila misteriose che uscivano fuori della vita e si perdevano nell'eternità o nell'ignoto. Tutti lo hanno veduto, tutti lo hanno sentito. Se vi è qualche cosa oltre la vita, è per gli infelici. Cristo lo ha detto: "Beati coloro che piangono perchè saranno consolati".
Capitolo 15
Il mio desiderio fu esaudito: conobbi finalmente Fosca.
Un mattino mi recai per tempo alla casa del colonnello (vi pranzavamo tutti uniti e ad un'ora, ma per la colazione vi si andava ad ore diverse, alla spicciolata) e mi trovai solo con essa.
Dio! Come esprimere colle parole la bruttezza orrenda di quella donna! Come vi sono beltà di cui è impossibile il dare una idea, così vi sono bruttezze che sfuggono ad ogni manifestazione, e tale era la sua. Né tanto era brutta per difetti di natura, per disarmonia di fattezze, - ché anzi erano in parte regolari, - quanto per una magrezza eccessiva, direi quasi inconcepibile a chi non la vide; per la rovina che il dolore fisico e le malattie avevano prodotto sulla sua persona ancora così giovine.
Un lieve sforzo d'immaginazione poteva lasciarne intravedere lo scheletro, gli zigomi e le ossa delle tempie avevano una sporgenza spaventosa, l'eseguità del suo collo formava un contrasto vivissimo colla grossezza della sua testa, di cui un ricco volume di capelli neri, folti, lunghissimi, quali non vidi mai in altra donna, aumentava ancora la proporzione. Tutta la sua vita era ne' suoi occhi che erano nerissimi, grandi, velati - occhi d'una beltà sorprendente. Non era possibile credere che ella avesse mai potuto essere stata bella, ma era evidente che la sua bruttezza era per la massima parte effetto della malattia, e che, giovinetta, aveva potuto forse esser piaciuta. La sua persona era alta e giusta; v'era ancora qualche cosa di quella pieghevolezza, di quella grazia, di quella flessibilità che hanno le donne di sentimento e di nascita distinta; i suoi modi erano così naturalmente dolci, così spontaneamente cortesi che parevano attinti dalla natura più che dall'educazione: vestiva colla massima eleganza, e veduta un poco da lontano, poteva trarre ancora in inganno. Tutta la sua orribilità era nel suo viso. Certo ella aveva coscienza della sua bruttezza, e sapeva che era tale da difendere la sua reputazione da ogni calunnia possibile; aveva d'altronde troppo spirito per dissimularlo, e per non rinunziare a quegli artifizi, a quelle finzioni, a quel ritegno convenzionale a cui si appigliano ordinariamente tutte le donne in presenza d'un uomo.
Ma le era presentato da me stesso nell'entrare. Allorchè fui seduto a tavola, ella venne a prender posto vicino a me, e mi disse con dolcezza: "Vi vedo solo, e mi permetto di farvi un poco di compagnia. Desiderava di conoscervi, e di ringraziarvi personalmente dei libri che mi avete mandato. Mio cugino mi aveva parlato di voi, e avrei voluto vedervi un po' prima. Ma come fare? Sono sempre così malata!"
Fui colpito dalla soavità della sua voce, più ancora di quanto nol fossi stato dalla sua bruttezza.
"Ora mi sembrate però guarita." risposi io.
"Guarita!" esclamò ella sorridendo "mi pare di no. L'infermità è in me uno stato normale, come lo è in voi la salute. Vi ho detto che ero malata? Fu un abuso di parole. Ne faccio sempre. Per esserlo converrebbe che io uscissi dalla normalità di questo stato, che avessi un intervallo di sanità. Ho voluto tenermi chiusa parecchi giorni nella mia stanza, ecco tutto; ne aveva le mie ragioni; ho attraversato un periodo di profonda malinconia."
Vedendo che la conversazione minacciava sì presto di trascinarci nel campo delle confidenze, mi astenni dal risponderle.
"Non sapete" riprese ella dopo un istante di silenzio e con tono diverso di voce "che quel romanzo di Rousseau mi ha entusiasmata? Ne conosceva il soggetto, e ne aveva avuto sott'occhi alcuni sunti, ma non l'aveva mai letto."
"Avete avuto troppa premura di restituirmelo, è libro che vuol essere meditato."
"è vero, se il meditarvi sopra non fosse cosa pericolosa."
"Parmi anzi utile."
"Utile sì, certamente. Voleva dire pericolosa per la nostra pace, per noi donne, per... me. Vi sono delle letture che mi fanno male."
"Voi sapete" io dissi per tenermi da capo sulle generali "che Rousseau, così virtuoso nei suoi libri, ha esposto cinque figliuoli alla ruota di Parigi?"
Essa mostrò di non aver compreso quell'artificio; accennò del capo come avesse voluto dire: "altro è l'uomo, altro le sue opere", e riprese:
"Credo che il meditare sui libri e il rileggerli sia cosa sommamente inutile, anzi sommamente nociva; a meno che tutta la vita non se ne leggesse che uno solo, e questo fosse tale da instillarci principi retti, e da fortificarvici. Di libri educativi non ve ne può essere che uno, pena la contraddizione, giacché ogni uomo ha vedute opposte, o per lo meno diverse. Il leggere molti libri, il meditare su molti non ha altro effetto che quello di renderci dubbiosi sulle nostre idee, incerti nei nostri pensamenti; non si sa più a che cosa credere, e spesso si finisce col non credere più a nulla. Sono convinta che ogni libro che non diverte, fallisce al suo scopo; che ogni libro che fa pensare, nuoce. L'obiettivo d'ogni lavoro letterario dovrebbe essere la fantasia - non la testa che si guasta, non il cuore che sanguina - ma l'immaginazione che si esalta e gioisce. Non avete mai provato l'ebbrezza dell'immaginazione?"
"Qualche volta. Ma credete che i suoi piaceri siano innocenti?"
"O non vi è innocenza, o lo sono. Credo che possiamo non commettere una colpa, ma non possiamo non immaginarla. Non vi è azione senza idea di azione; bisognerebbe escludere il merito di fare o non fare. I traviamenti dell'immaginazione sono naturali, spontanei, direi quasi obbligatori; son essi che costituiscono il valore morale delle nostre azioni."
"Queste teorie hanno tanto di specioso quanto hanno poco di vero" io dissi "ma, se non sono in errore, vostro cugino vi ha accusata con me di far un abuso della lettura."
"Sorvolo sui libri" rispose ella mestamente, "come sarei sorvolata sulla vita, se la vita fosse stata per me. Ho letto una volta di un fiore la sommità del cui calice è sparsa di un polline amaro e velenoso; le farfalle che vi si fermano troppo, vi muoiono; così è di tutte le cose; così è della vita. Non leggo né per imparare, né per pensare - abborro i libri di morale e di metafisica - leggo per dimenticare, per conoscere quali sono le gioie che il mondo dispensa ai felici e per goderne quasi di un eco, tutto ciò che io posso fruire dell'esistenza; fuggire dalla realtà, dimenticare molto, sognare molto. Voi comprenderete" aggiunse ella con aria di mesta ironia, "il bisogno che io ho di attenermi a questo sistema, non avete che a guardarmi."
"E perchè?" risposi io confuso e commosso da quelle parole. "Se siete inferma, guarirete; la vita ha dolcezze per tutti, ne ha di quelle assai intime che né gli uomini, né le sventure ci possono togliere il piacere di beneficiare."
"Beneficiare!" interruppe essa. "Ho provato. Ho gettato i miei gioielli e i miei abiti di seta dinanzi ad una folla di infelici che mi laceravano il cuore collo spettacolo della loro miseria. è dolce, ma non basta. L'esistenza non può essere tutta un sacrificio. La pietà non è che amore passivo, amore morto."
"è però sempre un aspetto dell'amore" io dissi "né lo possiamo credere un affetto solitario se lo vediamo ricompensato dalla gratitudine."
"Credo più presto alla gratitudine dell'amore che a quella del beneficio" rispose ella.
Io tacqui. Successe un istante di silenzio. Ad un tratto - o volesse ella vendicarsi dei tentativi che io aveva fatto per deviare la conversazione da quel soggetto, ora che me ne vedeva infervorato, o si dolesse realmente d'esservisi lasciata andare - proruppe in uno scroscio di risa, e disse:
"Sono pazza io! In che discorso vi ho mai trascinato! Capisco che con me si può camminare impunemente anche su questa china sdrucciolevole; ad ogni modo... è molto tempo che siete arrivato qui? Avete veduto tutta la città? Vi piace?"
"Da pochi giorni... e ho girovagato un poco per le vie. Sono del parere di vostro cugino..."
"Un paese di Barberia?"
"E di Pellirosse!"
Sorridemmo tutti e due, e credo l'una e l'altro per cortesia.
"Siete stato al giardino?"
"Una volta."
"E al castello."
"Vi è un castello?"
"Diamine! Avete visitato il paese ad occhi chiusi. Ho pregato mio cugino di condurmivi stasera. Se volete farci l'onore di accompagnarci..."
"Molto volentieri, ve ne ringrazio" e diceva la più solenne menzogna del mondo. "Dacchè ho lasciato Milano, sono vissuto in un isolamento il più rigoroso, ha paura di ammalarmi di solipsia; ma come uscir fuori di questo paese? La campagna è una landa, una brughiera; non vi è un'ombra, non vi ho ancora veduto un giardino, un fiore; io che vo pazzo dei fiori come le femmine. Sta bene che siamo in agosto..."
Fosca si alzò senza dir nulla, entrò nella stanza vicina, e ritornò subito, tenendo in mano un mazzetto piccolissimo di fiori che mi offerse senza parlare.
Quell'atto mi sorprese e mi turbò nel più profondo dell'anima. La sua offerta era stata fatta tanto opportunamente, e con tanta delicatezza che ne fui colpito. Ella s'avvide forse del mio turbamento, e si affrettò a dire come per togliermi d'imbarazzo:
"Anch'io amo molto i fiori, e se fossi sana vorrei coltivarne; ma se ne trovano parecchi che sono ingrati, e mi procurano delle terribili emicranie con i loro profumi. Anche la società dei fiori è qualche volta pericolosa." E vedendo che m'era alzato, o aveva preso il mio cappello per uscire, aggiunse avvicinandosi alla finestra che era aperta: "Guardate, abbiamo lì, nel palazzo di fronte, una serra magnifica, delle petunie, una collezione di gardenie..."
Così dicendo ci eravamo appoggiati al parapetto. In quel momento passava sulla via, e proprio in faccia a noi, un convoglio funerario. Ella lo vide, impallidì, retrocesse, si cacciò le mani nei capelli, emise un urlo terribile, e cade rovesciata sul pavimento.
Le sue cameriere accorsero e la trasportarono nelle sue stanze in preda alle convulsioni più violente.
Io uscii da quella casa, quasi insensato.
Capitolo 16
Credeva che questo avvenimento le avrebbe impedito d'uscire, e ne sarei stato lieto, giacché avevo ricevuto in quel giorno una lettera di Clara, e mi sentiva l'anima tutta ripiena di lei. Avrei bensì desiderato di recarmi in quel giardino, ma avrei voluto andarvi solo; aveva bisogno di pensare, di ricordare, di fantasticare a mio talento.
In quel momento la compagnia stessa di Clara mi sarebbe forse stata meno piacevole della sua memoria. Più volte a Milano aveva cercato qualche pretesto onde allontanarmi da lei, allo scopo di ritirarmi nella mia stanza e pensarci liberamente. L'amore ha spesso bisogno di ripiegarsi su sé medesimo. In quel giorno Fosca venne invece a sedersi a tavola vicino a me; e benché apparisse estremamente sofferente, si adoprò a tenerci lieti, e a rinfocare la conversazione con mille artifizi ingegnosissimi ogni qualvolta mostrava di languire. Il suo spirito non era superficiale, la sua intelligenza era assai più profonda di quanto non lo sia ordinariamente un'intelligenza di donna: essa aveva del talento, e una distinzione di modi affatto speciale. Non poteva però indovinare se quel suo dissimulare tali virtù, quell'aria di non avvertirlo fosse vera inconsapevolezza, o artifizio.
Uscimmo come s'era convenuto. Il colonnello avendo incontrato per via un suo amico, si accompagnò con esso, e mi disse: "Siete un cattivo cavagliere; mia cugina non è troppo sicura delle sue gambe, datele il braccio".
Così rimasi solo con essa.
Dacché avevo lasciato Clara non aveva più dato il braccio ad una donna; ed erano parecchi anni che, lei toltane, non m'era trovato in questa specie di contatto con una di loro. Camminammo per qualche tempo senza parlare. Fosca era assai mesta.
"Stamattina vi ho forse spaventato" mi disse ella con dolcezza, "ne fui afflitta per voi, molto afflitta; ma chi l'avrebbe preveduto? Fu una sorpresa così triste! Non ho molta paura di morire, ve lo giuro, benchè sappia che non ho più gran tempo a vivere; ma ho paura di tutto ciò che accompagna e segue la morte: quel vedersi chiusi tra quattro tavole, quel sentirsi buttare la terra addosso, quel disfarsi...tutto ciò è troppo orribile! Se si potesse morire improvvisamente, nella pienezza della gioventù e della salute, e se la morte fosse un annichilimento istantaneo, io l'avrei implorata di già come una benedizione!"
"Ma questi pensieri vi fanno male" io le risposi. "Perchè pensare queste cose? Non vedo nella vostra salute motivo di tanta apprensione" e anche qui sapeva di mentire "Mi avete fatto pena, è vero, ma non mi avete spaventato, perchè sapeva che non v'era in ciò alcun pericolo."
"Ve l'avevano già detto?"
"Sì"
"Mi avevate già sentita?"
"Sì"
"Eppure..." S'interruppe, e tacque.
Continuammo a camminare in silenzio. Io era tutto immerso nell'egoismo del mio amore. Pensava a Clara, non poteva distaccarne il mio pensiero. L'aver una donna al mio fianco, una donna vestita con eleganza, che posava il suo braccio sul mio - un braccio fino, esile, leggiero - che mi toccava collo strascico del suo abito; e camminare con essa in un luogo solitario, sotto gli alberi, era cosa che accresceva del doppio la mia illusione. Non solo io non poteva arrestare il mio pensiero su Fosca, ma la mia mente si valeva di lei come di una guida in quella ricerca smaniosa delle sue memorie. Che quella donna fosse poi brutta, orribilmente brutta, non ci pensava. Sapeva tanto illudermi da dimenticarlo.
Una cosa soprattutto contribuiva a tenermi saldo nella mia illusione, una specie di profumo delicato, molle, voluttuoso che emanava dalla sua persona, e che aveva spesso sentito vicino a Clara. Gli abiti di seta riscaldati dal sole esalano questa fragranza elettrizzante. Coloro che hanno passeggiato in giorni estivi con un'amante lo sanno; essi non passeranno mai dappresso ad una donna vestita di seta senza sentire quel profumo e senza ricordarsi di quei giorni.
Oltre a ciò le donne hanno un profumo a sé - non so come la scienza non abbia avvertito questo fenomeno che non sfugge all'amore - tutto ciò che esse toccano è profumato, tutti i luoghi per cui passano ritengono qualche poco della loro fragranza. Non ho mai potuto ricordarmi bene di mia madre, che perdetti fanciullo, se non baciando un fazzoletto che mi è rimasto di lei, e che ritiene ancora dopo tanti anni le reliquie del suo profumo di santa.
Era troppo tardi per recarci a visitare il castello; entrammo nel giardino. Non avevo veduto mai prima di quel giorno un luogo così incantevole, così pieno di maestosa orribilità. In quelle mie prime escursioni non ne aveva visitate che alcune parti. Non v'erano né aiuole, né fiori, ma spalliere gigantesche di carpini, viali ampi, e lunghissimi fiancheggiati da ippocastani secolari, e gruppi di olmi cadenti per vecchiezza l'uno sull'altro. Nel mezzo vi era un lago estesissimo, la cui acqua corrotta dal ristagno e dalle foglie che vi s'erano infracidite, non aveva più alcuna trasparenza; a quando a quando il vento vi faceva cadere dagli alberi i rami secchi, schiantati dal turbine, e appena ne sollevava le onde, tanto erano dense ed immobili. Piccoli serpentelli d'acqua scivolavano in mezzo alle foglie delle ninfee. Dappertutto statue mutilate, annerite dalle piogge, coperte di musco e di acetose; cippi e basi di colonne sepolte in mezzo alle ellere; avanzi di acquedotti, tra cui le screpolature crescevano ranuncoli e capelveneri. Da un lato v'erano pure le rovine di un tempio pagano, sulla cui sommità aveva posto radice un ulivo; grosse lucertole uscivano e entravano dalle fessure delle pareti smattonate.
L'umidità e l'ombra vi erano sì costanti che in pieno agosto vi fiorivano le viole; ed erano tante che il suolo pareva coperto di un tappeto azzurro, se non che non avevano profumo. Non si sentiva che il canto d'una sola specie d'uccelli (non vi intesi mai altro uccello a cantare, né ne vidi d'altra sorta in tutte le volte che mi recai a passeggiarvi), ed erano certi scriccioli non più grandi d' una farfalla. Il loro canto era un fischio lamentevole e pieno di malinconia. Gli uccelli più piccoli di quel paese ne abitavano gli alberi più grandi.
In quel momento il sole era presso a tramontare, e vi gettava orizzontalmente alcuni de' suoi raggi. Le sommità delle piante erano talmente ampie, e avevano talmente intrecciato i loro rami che vi raccoglievano e vi trattenevano quasi tutta quella luce, come sotto un padiglione di verzura impenetrabile. Quegli effetti di sole erano meravigliosi. La mia anima era rapita da quello spettacolo. Se Clara fosse stata con me!... Le ultime parole che mi aveva detto Fosca risuonavano ancora al mio orecchio come un eco, aveva ancora nel cuore qualche cosa della sensazione che ne aveva ricevuto.
"Come!" proruppi io improvvisamente quasi per rispondere a me stesso e a' suoi dubbi sconfortanti, "come si può pensare a morire quando tutto ciò che ci circonda è così pieno di vita, è così bello; quando vi è ancora tanta parte di esistenza innanzi a noi? Guardate questi alberi, questo tappeto di viole, questo orizzonte... Non vi pare che la sola sensazione dell'esistere, il vedere, il sentire, il toccare, il muoversi, il respirare in questo luogo sia tal cosa che debba renderci allettante la vita?
"Perchè non avete aggiunto, pensare?"
"I pensieri che nascono dalla contemplazione della natura non possono non essere che sereni."
"Voi non conoscete tutti gli abissi del pensiero."
"Forse..."
"Né le sue torture."
"Queste sì, conosco però anche le sue dolcezze."
"Io non le ho mai conosciute."
"Vorrei dirvi ingiusta. Sono convinto che non vi è assoluta infelicità, né felicità assoluta. L'eredità di beni e di mali che ci ha legato la natura, può eccedere o difettare nella misura di questi o di quelli, a ciascun uomo ne ha una parte - piccola o grande, ne ha una - non vi è esistenza così misera che non sia stata letificata un istante da un baleno di fugace felicità... Poc'anzi mi parlavate dei piacere della fantasia."
"Altro è immaginare, illudersi; altro è aver coscienza e sentimento di un bene reale. Vi fu un tempo in cui avrei accettato qualunque miseria, qualunque spasimo, a patto di sognare tutte le notti, di sognar sempre, di non vivere che di questa vita di illusioni. Allora non era ancora malata. I miei stessi mali mi hanno ora esaudita; la mia infermità mi procura ogni notte sonni convulsivi, periodi di assopimento febbrile, nei quali ripassano innanzi a me tutte le scene, tutte le visioni, tutte le complicazioni possibili di questo mondo sterminato dei sogni. Ebbene, lo credereste? Non ne ho più alcuna gioia, spesso anzi mi disgustano, mi tediano. Noi viviamo in un mondo reale, dobbiamo afferrare il reale, il concreto."
"Esso è sempre inferiore all'ideale."
"Non importa. Chi non preferirebbe all'immagine di un bene smisurato, il possesso di un bene anche minimo?"
"Tutto ciò è relativo" io dissi "gli aspetti e le sorgenti della felicità sono molteplici, chi si reputa avventurato in una maniera, chi in un'altra; la maggior parte degli uomini lo sono in modi opposti o diversissimi. Non vi è che un mezzo comune, facile, sicuro di essere felici."
"Quale?"
"Amare."
Essa tacque, e sentii il suo braccio pesare con maggior abbandono sul mio.
"Amare!" ripeté ella dopo qualche istante. "Che cosa avete inteso dire? Spiegatevi."
"Credeva di essermi giovato di una parola assai semplice" dissi io "Se non ne comprendete il valore, le mie spiegazioni non avrebbero alcun frutto."
Ella sorrise a fior di labbra, e riprese:
"Intendete di escludere le piccole simpatie, le amicizie, gli affetti domestici? Amare è una parola assai generica."
"Assai esclusiva all'età vostra. Non escludo gli affetti che voi dite; ma non li considero che come sfumatura, come una eccedenza, come la cornice del quadro. Forse anzi m'inganno, essi hanno natura oppostissima. Dicendo amore intendo amore."
E ripresi col pensiero rivolto a Clara:
"Intendo l'amore che sentiamo alla nostra età, noi, giovani, ardenti, immaginosi; quell'amore che è superiore a tutto, che sfida tutto, che è tutto; quella fusione piena di due anime che fa vivere la stessa vita, pensare gli stessi pensieri, volere le stesse volontà, desiderare gli stessi desideri; quel periodo di acciecamento e di ebbrezza in cui tutto è beo, tutto è nobile e puro, tutto è felice; giacché l'amore non è che un grande acciecamento ed una grande ebbrezza!"
"Ah, sì!" esclamò ella sommessamente e come parlasse a sé stessa, "quello è l'amore."
"E credete" continuai io senza avvedermi del male che le facevano le mie parole "credete che la vita avrebbe qualche attrattiva se vuota di questo sentimento che la occupa tutta; nella fanciullezza col desiderio, nella gioventù colla fruizione, nella vecchiezza colle memorie? Credete che questo mondo ci parrebbe sì bello e sì buono, se non avesse questa luce e questo profumo? Che questo stesso luogo ove siamo ora mi sembrerebbe così incantevole se non lo vedessi attraverso questo prisma abbagliante?"
"Voi!..." esclamò ella, "Voi lo vedete..."
E s'interruppe di nuovo angosciosamente.
Eravamo arrivati in quel punto nel mezzo di una crociera, ove sorgeva un monumento di marmo. Sopra una fronte di esso, rimasta intatta, erano scritti a matita molti nomi che il tempo aveva in parte cancellati: due righe sole parevano recenti e dicevano: "22 agosto 1863. Giulio e Teresa - amanti e sposi felici".
Mentre Fosca me le indicava col dito, sentiva la sua persona pesare sopra la mia con abbandono. Non era effetto di voluttà, ma prostrazione, abbattimento improvviso. Quanto a me, quelle parole mi avevano colpito più intimamente: la mia situazione era tale da sentire più al vivo quel richiamo: "amanti e sposi", noi non eravamo che amanti, noi, io e Clara, non saremmo stati sposi mai; il nostro stesso amore non era che una colpa, che una violazione di quella legittima felicità di cui godevano quei due ignoti. Essi erano stati in quell'eliso quattro soli giorni prima di noi - era allora il ventisei agosto, me ne ricordo bene - come dovevano esservisi sentiti felici! Correre lungo quei viali, nascondervisi dietro i carpini; chiamarsi, inseguirsi, sedersi su quelle viole; oppure passeggiarvi a braccio, vicini vicini, colle teste che si toccavano, colle mani intrecciate; e parlare di cose malinconiche, di ammalarsi, di morire... "prima io; no, prima io...assieme..." E mi veniva in mente che quattro giorni prima era stato un bel giorno quieto, fresco, sereno, e il sole doveva essere tramontato, come allora, in un oceano di raggi infuocati, e quel luogo doveva essere stato bello, severo, incantevole come in quel momento.
L'immagine di quella felicità era venuta a colpirmi nella pienezza della mia baldanza. Non invidiava quelle due creature, ma mi faceva male il pensare che v'erano al mondo esseri tanto più felici di me.
Avvenne una reazione istantanea nelle mie idee; mi riebbi subito da quella specie di allucinazione che mi aveva dominato fino allora, pensai al discorso tenuto con Fosca, e ne sentii pentimento.
Meditava sul modo di dirglielo opportunamente, allorchè essendo stati raggiunti da suo cugino che discuteva forte col suo amico intorno ad un quesito di strategia, essa gli disse:
"Mi sento male, torniamo a casa."
Il colonnello si rivolse senza risponderle, tutto infervorato come era nella sua discussione.
"Vi sentite male?" le chiesi io con dolcezza "Mio Dio! forse le mie parole... i discorsi insensati che abbiamo tenuto finora..."
"Voi siete ben crudele" diss'ella.
E parve che non potesse continuare.
"Crudele" esclamai io "e perchè? Non vi comprendo."
"Voi non sapete quanto mi avete fatto soffrire. O siete incredibilmente ingenuo, o incredibilmente cattivo. Parlarmi d'amore, di felicità, parlarmene in tal guisa..." E si calò il velo del cappello, non so se per nascondere la sua emozione, o per celarmi la sua bruttezza in un momento in cui stava per trionfare della mia pietà. "Non comprendavate quanto mi dovevano far male quelle parole?"
"Perdonate" io dissi con accento commosso "vi giuro che era ben lungi dal sospettarlo: mi avviene spesso di parlare inconsideratamente..." e avrei voluto aggiungere "Voi mi avete però provocato" ma me ne astenni.
"Sentite" diss'ella cercando la mia mano colla mano del braccio che aveva fatto passare nel mio - una mano secca, lunga, leggiera - e stringendola a intervalli convusivamente, "qualche giorno vi farò delle confidenze, vi racconterò la mia vita; voi me lo permetterete, non è vero? Ho bisogno del vostro compianto. Avete un'aria così dolce, così buona. Ve lo confesserò: io vi ho veduto fino dal primo momento che siete venuto in nostra casa, vi vedeva tutti i giorni, e non usciva mai dalla mia stanza perchè aveva vergogna di voi, temeva di dispiacervi, sono così brutta! Mio cugino non è cattivo, mi vuol bene, ma non mi sa comprendere; gli altri sono gente grossolana, buoni ma rozzi - soldati! Non vi siete che voi che possa capirmi, sopportarmi senza umiliarmi, compiangermi. Perchè non v'ha alcuno tra essi che non mi rispetti, è vero, ma in segreto mi deridono, ne sono ben certa, lo sento. Dicono che sono dispettosa, volubile, ironica, spesso cattiva. Son essi, è il mondo che mi ha fatta diventare così, mi conoscerete. Ho bisogno di essere conosciuta, capita. Voi non potete immaginare come questi uomini che dicono di sapere tante cose, che sembrano conoscere il mondo sì bene, e ne ridono, sieno poi tanto ignoranti, tanto superficiali nella scienza del cuore umano. S'illudono perchè si conoscono tra loro, e si conoscono tra loro perchè sono tutti eguali! Voi siete diverso, voi; mi è bastato vederlo per comprenderlo. Non vi domando che la vostra protezione, la vostra tolleranza. Ho qui nel cuore tante cose che mi fanno male, perchè non le posso dire; e poi lo vedete, sono malata, sono anche brutta, assai brutta, dovete aver compassione di me.. quella compassione amorevole, generosa, sincera che non ho trovato mai, mai, e di cui sento tanto bisogno. Non mi rifiuterete la vostra pietà, ditelo, non me la rifiuterete!"
"Buona creatura" esclamai io profondamente commosso "sì, avrete tutta la mia amicizia, tutta la mia confidenza; avrò anch'io tante cose da dirvi; sarò felice di avere un'amica..."
E trovandomi imbarazzato a continuare, strinsi calorosamente la mano che ella aveva posto nella mia.
"La vostra mano è ardente."
"Ho la febbe, l'ho sempre."
"Sentite" riprese ella dopo qualche istante, "ho bisogno di giustificarmi con voi, sento che ne ho il diritto e il dovere. Se oggi stesso, il primo giorno in cui vi ho veduto, ho osato tenere con voi alcuni discorsi che nessun'altra donna avrebbe tenuto, e ho voluto quasi provocarli, l'ho fatto perchè la mia bruttezza mi garantiva contro tutti i pericoli di una simile discussione, e anche contro il sospetto di essermivi abbandonata per uno scopo biasimevole. La mia deformità ha almeno questo vantaggio."
"Ora" proseguì Fosca vedendo che non eravamo più che a pochi passi dalla sua casa "dovete promettere di perdonarmi la prima colpa che ho commesso a vostro riguardo."
"Quale! una colpa!"
"Promettetelo prima."
"Con tutta l'anima."
"Quella di avervi fatto uscire con me. è una ferita che ho recato al vostro amor proprio; e so quanto ciò vi possa esser dispiaciuto. Non tentate di farmi credere il contrario."
"Non lo farò" io le dissi (giacché mi vedeva posto nel caso di dire una nuova menzogna) non lo farò perchè me lo proibite, ma..."
Essa mi guardò e sorrise tristamente, come avesse voluto dirmi:
"è vero, perciò non lo fate."
In quel momento avevamo raggiunto il colonnello ed il suo amico che si erano fermati alla porta ad aspettarci.
"Sapreste dirmi" mi chiese il colonnello col volto arrossato dalla discussione avuta col suo compagno "se fu De Fauchée l'inventore delle capsule a secco, o piuttosto se non fu lui che le ha perfezionate?"
"Egli ne fu l'inventore."
"Lo sapete positivamente?"
"Positivamente."
"Al diavolo!" disse il suo amico.
"Benissimo!" esclamò il colonnello fregandosi le mani "sei bottiglie di madera guadagnate!"
Capitolo 17
Mi ritirai nella mia stanza tristissimo; era assai malcontento di me, sentiva che aveva il dovere di indagare severamente la mia condotta. Il risultato di quell'esame non poteva che mettermi in maggior ira contro me medesimo; mi era contenuto come un ragazzo, come un collegiale. Fosca aveva avuto ragione ad approfittare della mia semplicità; essa non aveva fatto altro che cedere alle mie provocazioni. Se il mio contegno era stato tale con lei di cui avrei abborrito l'affetto, quale sarebbe stato con una donna avvenente, il cui amore avrebbe lusingato la mia vanità? Come mi sentiva colpevole verso Clara! Come era umiliato della mia debolezza!
Un altro pensiero metteva a tortura l'anima mia. Quella donna era realmente buona, realmente ingenua? O non era che un essere infinito, astuto, corrotto? Aveva ella voluto abusare della mia semplicità, sorprendermi, condurmi all'amore per la via della compassione; le sue intenzioni erano pure, e questa mia stessa semplicità l'aveva invogliata della mia amicizia, della mia sola amicizia? Infelice lo era, e assai: le miserie sue dovevano essere infinite; né era strano che ella potesse desiderare un'anima in cui versarsi, desiderarla con tale intensità di desiderio e invocarne la pietà con tale abbandono.
Oltre a ciò Fosca non era una donna comune. Il suo spirito era assai colto, la sua intelligenza assai vasta; e la sua stessa infermità, la sua bruttezza erano tali circostanze che concorrevano a formarne un'eccezione. Le sue passioni, i suoi sentimenti, le sue idee dovevano anche essere eccezionali; ed era forse sotto questo aspetto che bisognava giudicarne. Nondimeno quell'aprirmi subito l'anima sua; quell'abbandonarsi così a me nel primo giorno che mi vedeva, quel richiedermi disperato della mia amicizia...
Diffidavo dall'amicizia di una donna, e mi doleva non poco di aver accettato quella di lei. Io sapeva che noi non possiamo sottrarci mai agli istinti, e che tra un uomo ed una donna giovani, che vogliono violentare la natura amandosi di amicizia, non può esistere che un effetto monco, artificiale, violento, spesso ridicolo perchè non conduce che ad un amore già nudo d'ogni illusione e d'ogni attrattiva. L'amicizia ci ha già fatto veder tutto, l'indiscretezza della sua intimità ci ha già spogliati di ogni velo; non si può più essere né amici veri, né amanti veri; ed è così che la natura si vendica spesso dell'oltraggio che ha ricevuto.
Avrei dato un anno della mia vita per potermi sottrarre a quella promessa, per poter infrangere quel legame. Se tutto ciò non fosse avvenuto!
Prevedeva che quella donna si sarebbe posta fra me e la mia felicità, avrebbe attraversato il mio avvenire. Non sapeva immaginare le ragioni di questo timore, ma il cuore me lo diceva, né il mio cuore mi aveva mai ingannato.
Cercai in quella notte di prendere una risoluzione pronta ed efficace, di fuggirla, di essere crudele. Ma Dio mio! Come poteva io essere crudele? Io non era mai stato nella mia vita che semplice, che affettuoso, che buono!
Iscriviti a:
Post (Atom)